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Gaza, Venezuela, Iran: come opera il neocolonialismo americano

di Alessandro Morandi
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Nella notte tra 27 e 28 febbraio USA e Israele hanno “attaccato preventivamente”, termine vergognosamente usato da ogni testata giornalistica, l’Iran e in particolare le residenze e gli uffici del dittatore Khamenei, la cui morte è stata riportata il giorno stesso.

Negli ultimi tempi Trump, ugualmente ai suoi predecessori, sembra voler portare il mondo sotto il suo controllo, finanziando guerre e interventi militari se non addirittura partecipandovi direttamente.

Questa filosofia neocolonista non è però una prerogativa della sua folle amministrazione: è infatti dalla caduta del Muro che gli USA cercano in ogni modo di mantenere un’egemonia militare ed economica sul resto del mondo. Basti pensare che la rivoluzione iraniana con cui gli Ayatollah sono saliti al potere è stata causata sì dalle violenze commesse dalla monarchia dello Scià, ma finanziata direttamente dagli Stati Uniti.

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È poi evidente come in tutti i territori in cui l’America è intervenuta direttamente nel corso degli ultimi trent’anni i risultati siano stati solo una maggiore instabilità politica; molti sono gli esempi del fallimento americano: Afghanistan, Iraq, Siria, lo stesso Iran.

L’Iran e la svolta nell’ideologia della conquista

Con l’amministrazione Trump, però, è cambiata l’ideologia dietro a queste operazioni: non si parla più di “esportare la democrazia”; è esplicitamente dichiarata l’intenzione di controllare le risorse e le politiche di un determinato territorio. Così come a Gaza si vuole creare un resort di lusso a basso prezzo e in Venezuela si vuole solamente prendere il petrolio per le proprie compagnie, ecco che anche questa volta il desiderio non è quello di aiutare la popolazione, ma di accaparrarsi risorse e controllare territori non propri.

Shirin Ebadi (Foto: Repubblica)

Sia ben chiaro che la morte di Khamenei è stata un bene per tutti, ma sostituire una dittatura con un caos che ne genererebbe un’altra non salverebbe un popolo sofferente. Infatti, come a Gaza si intende creare un governo ostile ai gazawi e in Venezuela rimane al potere la vice di Maduro, in Iran non potrà che accadere la stessa cosa. E’ un pattern conosciuto, già testato e purtroppo accettato anche dagli altri stati.

Forse questa vicenda dovrebbe essere conclusa come chiede ormai da tempo Shirin Ebadi, attivista iraniana e premio Nobel per la pace: la lotta iraniana contro la dittatura deve essere condotta dal popolo iraniano e da nessun altro al posto suo, o quest’ultimo non potrà mai riconquistare davvero i suoi diritti.

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