La prima piazza del campo largo è stata la perfetta rappresentazione di quanto questo sia un progetto già bello che naufragato. Una baraonda, un pentapartito di sinistra dove non c’è una sola idea condivisa se non quella di dover battere la destra a tutti i costi.
L’evento che ha fatto scalpore è stata la contestazione di Potere al Popolo contro i leader del centro sinistra. Seppur sia sempre divertente vedere i comunisti scannarsi tra di loro, non è stato però un episodio significativo visto che PaP, oltre a contare meno di zero, piuttosto che un partito è più una combriccola di contestatori professionisti. Qualche “fascista!” tra antifascisti ma nulla di che.
Cosa ben più importante sono i detti e i non detti, i comparsi e gli invisibili del campo largo: il vero discrimine da cui si capisce davvero quanto questa unità a sinistra sia una presa in giro all’elettore col solo scopo di tenere il seggio.
Ti sta piacendo questo articolo? Leggi anche…
Renzi, Magi e dintorni
Inutile girarci attorno: Matteo Renzi è ancora il protagonista indiscusso della politica italiana.
Non compare mai, specialmente tra quelli che dovrebbero essere i suoi compagni di coalizione. D’altronde non sarebbe proprio ottimale parlare di lavoro e di Jobs Act con Fratoianni o di nucleare con Bonelli.
Il suo zampino, però, si avverte sempre e i suoi tentacoli arrivano ovunque. Raggiungono pure l’estrema destra di Vannacci, il Frankestein renziano: dato che fino a pochi mesi fa era ovvio che la sinistra non avrebbe mai vinto nel ’27, tanto valeva giocare d’azzardo e togliere alla destra la sua unica qualità: l’unità.
Da qui l’asso di briscola contro la destra: la discesa in campo del Generale, pilotata dal leader di Italia Viva, e il relativo scompiglio del fronte avversario. Divide et impera, dicevano i latini.
Tornando alla contestazione avvenuta a Napoli, il Nostro si è limitato alla solita pappardella su Twitter, per cui “la manifestazione di Napoli di ieri dimostra in modo evidente che il campo largo Pd/M5S/Avs non basta per vincere. Serve anche una componente riformista che dia equilibrio…“. Praticamente: la base della sinistra gli urla quotidianamente di andarsene e lui si ostina a dire che per bilanciarli serve che rimanga in coalizione.
Follia pura, ovviamente. Ma Renzi può contare di farlo grazie alla sua cricca di fedeli e sul loro peso elettorale, piccolo ma decisivo. Essere l’ago della bilancia ha i suoi vantaggi.

Ti sta piacendo questo articolo? Leggi anche…
Riccardo Magi è invece la personificazione politica della ginestra leopardiana: con tutto se stesso tenta di tenersi aggrappato al seggio continuando a lottare contro le forze del suo stesso partito. +Europa è sostanzialmente ostaggio della volontà di Magi di essere rieletto e l’unico modo per farlo è andare, turandosi il naso e chiudendo entrambi gli occhi, con la sinistra. Da qui il silenzio sul nucleare, sulla separazione delle carriere e sui sentimenti anti ucraini di Conte.

E’ in atto però una specie di ribellione interna al partito: da una parte il segretario Magi e il suo campo largo, dall’altra il presidente Matteo Hallissey. Quest’ultimo si sta battendo per una diserzione di +Europa dal centro sinistra in favore del campo centrista, in nome – pare – della coerenza e degli ideali.
E’ anche vero che Hallissey nel 2027 non avrà ancora l’età, essendo nato nel 2003, per essere eletto alla Camera e dunque non ha nessuna posizione da perdere. Chissà se si comporterebbe ugualmente se il seggio non gli fosse precluso a priori.
Ad ogni buon conto il caro Magi, leader di un partito che si batte fieramente per la causa ucraina, non ha battuto ciglio dinanzi alle parole di Conte a Napoli, per cui “[…] stanno costruendo una minaccia russa per convincerci che dobbiamo armarci fino ai denti“. Il segretario è rimasto buono buono nei backstage del palco senza manco intervenire o prenderne parte.
Insomma, l’ala riformista, fra Renzi e Magi, è in quella baraonda di campo largo solo per il seggio e non è affatto detto, tra l’altro, che ci rimarranno una volta eletti.
Ti sta piacendo l’articolo? Leggi anche…
I pentastellati contro i piddini
La diatriba fra le due componenti maggiori del centro sinistra non è affatto trascurabile. D’altronde, i poveretti che rimangono nel Movimento pensando che rappresenti ancora l’antipolitica di Grillo odiano il PD esattamente come facevano dieci anni fa. Figuriamoci Renzi: secondo un sondaggio di bidimedia, più della metà del MS5 non lo vuole in coalizione e addirittura un quinto dei pentastellati non voterebbe il suo stesso partito se l’alleanza con anche Italia Viva rimanesse.
Il popolo piddino, d’altro canto, è abbastanza contrariato dal fatto che il partito si stia sempre più piegando alle volontà di Conte e che la possibilità di Schlein a palazzo Chigi sia sostanzialmente svanita in favore del ritorno dell’ex presidente. Oltre a queste logiche di potere e giochini simili, si aggiungono poi scaramucce minori sul futuro programma: il PD per la patrimoniale e la frenata di Conte, lo stop all’invio di armi in Ucraina da una parte e il continuare il sostegno dall’altra.
Campo largo o camposanto?
In definitiva la prova del fuoco dell’alternativa alle destre non sembra essere andata poi così bene. Tra assenze da una parte e contestazioni dall’altra sono molte le questioni irrisolte della coalizione, che potrebbe morire ancor prima di nascere.
E’ però chiaro che se la situazione rimarrà quella attuale, da una possibile vittoria del centro sinistra non ne uscirà altro che un governo della durata di tre mesi a seguito del quale Meloni e compagnia cantante tornerà più forte di quanto lo sia adesso.
E il ping-pong che tiene in ostaggio l’Italia da trent’anni continuerà in tutta la sua idiozia.
Ti è piaciuto questo articolo? Leggi anche…
House of the Dragon 3: il ritorno in grande stile della serie prequel di Game of Thrones