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Il Perù e i Fujimori

di Simone Agosti
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Il Perù ha un nuovo presidente: Keiko Fujimori. O meglio, forse. Nel senso che il voto per il secondo turno delle elezioni presidenziali in Perù ha avuto luogo lo scorso 7 giugno e ad oggi, a quasi due settimane di distanza, non si ha ancora con certezza il nome del vincitore. I due candidati, Keiko Fujimori e Roberto Sánchez sono separati da circa 40mila voti, con il 99.9% delle schede scrutinate: ancora troppo presto per avere un verdetto definitivo, visto i numerosi ricorsi e riconteggi che probabilmente avranno luogo.

Alberto “El Chino” Fujimori

Ma come siamo arrivati a questa situazione?

Per comprendere queste elezioni è necessario, o quantomeno interessante, ripercorrere la storia del Perù negli ultimi trent’anni, partendo da una figura particolarmente ingombrante: Alberto Fujimori.

Nato da una coppia di immigrati giapponesi trasferitisi in Perù per lavoro negli anni ‘30, dopo una serie di studi che lo portarono a diventare un ingegnere agrario con l’assegnazione di una cattedra universitaria, iniziò la sua ascesa politica sul finire degli anni ‘80 in un piccolo partito da lui presto monopolizzato, Cambio 90

Alle elezioni presidenziali del 1990, Fujimori riuscì nel colpo gobbo: diventare presidente. 

Fujimori
Fujimori dopo la vittoria elettorale (The Guardian)

Ciò, va detto, avvenne in un contesto singolare: Fujimori, infatti, in un paese ormai allo stremo dopo anni di governo della sinistra, si presentò infatti come il candidato “centrista”, contrapposto a Mario Vargas Llosa, che si presentò invece con un programma dalle forti connotazioni neoliberiste, ritenute necessarie per salvare l’economia del paese. 

Giunti dunque al ballottaggio Vargas Llosa e Fujimori, fu proprio quest’ultimo ad incassare il sostegno (molto poco entusiasta) della sinistra sconfitta al primo turno, che preferì sostenere l’outsider Fujimori anziché Vargas Llosa, ritenuto invece un rappresentante dell’elite conservatrice. 

Curioso sviluppo, dato che lo stesso Fujimori finirà per applicare quelle stesse politiche proposte da Vargas Llosa, se non addirittura più radicali. 

Il Fujishock, così popolarmente chiamato il piano di austerità e conservatorismo fiscale varato dal nuovo governo, entrò in vigore nell’agosto dell’80, con risultati contrastanti: La misura ebbe un impatto devastante sul potere d’acquisto della popolazione. I salari crollarono drasticamente, portando a un aumento della povertà. Però, nonostante le pesanti conseguenze sociali, il piano riuscì nell’intento di abbattere l’iperinflazione, gettando le basi per un periodo di crescita economica per il paese sudamericano.

Salari del Bangladesh con prezzi di Tokyo”: questa l’espressione diventata celebre in quei mesi per descrivere la precaria situazione in cui si viveva nelle città del paese, tra cui la capitale Lima, con l’esercito nelle strade per scongiurare saccheggi e violenze. 

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El Fujimorazo

Il 5 aprile 1992, con il sostegno delle forze armate, Fujimori sciolse il Congresso e sospese la costituzione, giustificando questa mossa radicale con la necessità di combattere efficacemente il terrorismo di Sendero Luminoso, gruppo di ispirazione comunista, e la corruzione istituzionale che bloccavano l’attuazione delle sue riforme economiche, contenute nel Fujishock.

Proprio nella guerra contro i ribelli di Sendero Luminoso ebbero luogo numerose violenze, contestate a Fujimori anni dopo la fine della sua presidenza, nel 2000, quando fu costretto a dimettersi dopo un gravissimo scandalo di corruzione interna al governo. Alberto Fujimori è stato condannato nel 2009 a 25 anni di carcere per crimini contro l’umanità e gravi violazioni dei diritti umani. Ritenuto il mandante di uccisioni, sequestri e torture commessi dal gruppo paramilitare Colina, distaccamento dei servizi segreti in prima linea nella repressione governativa, Fujimori ha scontato gran parte della pena fino alla sua definitiva scarcerazione per motivi di salute a dicembre 2023, prima di morire a Lima l’11 settembre 2024 all’età di 86 anni. 

Tra i fatti di sangue più eclatanti, è doveroso citare il massacro di Barrios Altos (1991), dove 15 persone radunate per una festa di quartiere a Lima furono freddate dal Grupo Colina; il massacro di La Cantuta (1992), quando furono sequestrati, torturati e assassinati nove studenti e un professore universitario. E infine una campagna di sterilizzazioni forzate, orchestrata dal governo come una campagna per limitare il numero di nascite, che portò nei fatti alla sterilizzazione forzata di migliaia di donne, soprattutto indigene.

Parlando dei guai giudiziari del presidente Fujimori, ecco il momento in cui il presidente stesso decide di dichiarare la sua innocenza al mondo intero:

Trent’anni dopo: Fujimori II – La Vendetta

Visto quanto detto sopra, è chiaro come l’eredità politica del presidente Fujimori sia non poco complicata da accettare, nemmeno per gli stessi peruviani, divisi tra chi giustifica i tratti autoritari del suo governo in nome della salvezza del paese e chi lo condanna senza remore. 

La figlia maggiore di Chinochet, Keiko, ha seguito le orme del padre, diventando una figura di spicco nella destra peruviana. Candidatasi quattro volte alla presidenza, nel 2011, 2016 e 2021 non è mai riuscita a spuntarla al ballottaggio. Il 2026, però, sembra essere la volta buona. 

Che dire: forse è troppo presto, ma nonostante un sistema elettorale traballante che non garantisce solide maggioranze e un gran numero di ricorsi probabilmente in arrivo, sembra improbabile che la Fujimori perda il vantaggio accumulato. 

Buon lavoro, dunque, al neoeletto presidente della repubblica peruviana, in un Sud America che vira sempre più a destra: la vittoria di Fujimori si inserisce come l’ultima di una serie di successi di candidati di destra nel continente sudamericano, iniziata con Milei nel 2023 e continuata, ad esempio, con Kast in Cile. 

Buon lavoro, certo; comunque, ci auguriamo che non decida di seguire troppo alla lettera l’esempio del padre. 

Per finire in bellezza, ecco la canzoncina che accompagnò la campagna elettorale di Fujimori per le elezioni del 2000.

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