Quando il fascismo salì al potere cominciò immediatamente la lenta ma costante erosione dell’Italia liberale, in tutte le sue componenti. Ogni settore dello Stato, così come della vita dei sudditi, fu incasellato nel regime: il tempo libero con l’Opera Nazionale Dopolavoro e il Sabato Fascista, le organizzazioni giovanili con l’Opera Nazionale Balilla, l’istruzione con la riforma Gentile e via discorrendo.
L’economia non poté sottrarsi alle grinfie mussoliniane e dopo una fase liberista durata fino alla metà degli anni venti fu progressivamente fascistizzata e posta sotto lo stretto controllo dello Stato nel tentativo di realizzare la cosiddetta “terza via”, il corporativismo.
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La fase liberista
Inizialmente l’economia italiana rimase sul classico libero mercato, con un limitato o quasi assente intervento del Governo. Il taglio della spesa pubblica e il licenziamento di molti dipendenti statali consentì il pareggio di bilancio nel ’24. A trarre profitto da questa fase furono proprio coloro che, negli anni caotici del biennio rosso, avevano maggiormente supportato il fascismo: gli industriali.
Nel ’22, infatti, la produzione recuperò lo scossone della Grande Guerra per tornare ai livelli del ’13, superandoli poi con un’incremento che durò fino al ’25 inoltrato.
Il libero gioco del mercato produsse però un’imponente crescita della circolazione monetaria e dunque un’aumento dei prezzi che colpì, come sempre, le fasce meno agiate: fatto 100 il costo della vita nel 1913, quintuplicò nel giro di dieci anni per poi attestarsi a circa 650 nel ’26.
Ma intanto, con le leggi fascistissime, il Duce completò la demolizione delle istituzioni liberali trasformando l’Italia in una dittatura compiuta. Insieme alla svolta politica avvenne quella economica: nel luglio del ’25, il Ministro delle Finanze Alberto de’ Stefani fu sostituito dall’interventista Giuseppe Volpi.
Lo Stato cominciò a rivendicare un proprio ruolo nell’economia.

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Il cambio di direzione: le tre “Battaglie” e la Carta del Lavoro
Dinanzi alla progressiva svalutazione della Lira, Mussolini volle un’azione decisa e, come sempre, in grande stile: riportare la valuta alla quota di 90 sterline, com’era nel ’22. Lo stesso Volpi, rendendosi conto dell’enorme danno che ciò avrebbe causato alla popolazione, si oppose, ma dovette poi cedere alle volontà del regime.
Nel dicembre del ’27 l’obbiettivo della “Battaglia della Lira” venne raggiunto e il Duce lo presentò come un grande successo del fascismo. In effetti, ne giovarono le esportazioni e sul piano politico e propagandistico fu un trionfo, ma presto il governo dovette fare i conti con gli effetti di una così drastica rivalutazione: i disoccupati raddoppiarono mentre la produzione industriale e agricola subì una contrazione.
Furono dunque varate una serie di misure protezionistiche, in particolare nei confronti dell’agricoltura, utili anche a raggiungere l’obbiettivo dell’autosufficienza, la famosa autarchia. L’Italia dipendeva in gran parte dall’estero per il fabbisogno di grano e questo, per Mussolini, non era solo inaccettabile per il solito prestigio, ma anche per il pericolo che ciò avrebbe potuto costituire in caso di guerra.
Per questi motivi iniziò, oltre l’imposizione di dazi sui cereali, una tenace campagna propagandistica, che vide la discesa in campo dello stesso Duce.

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Col senno di poi quest’immagine potrebbe strappare una risata ma per i contemporanei fu una vera rivoluzione: se la maggioranza della popolazione avesse incontrato Giolitti, ad esempio, non avrebbe saputo riconoscerlo, semplicemente perchè non s’era mai visto in foto nemmeno un Presidente del Consiglio; la visione di Mussolini in abiti semplici e immerso nell’umiltà del lavoro manuale significò, per gli italiani, il fatto che fosse uno di loro.
La “Battaglia del grano” non vide il miglioramento significativo delle tecniche o degli strumenti ma piuttosto un aumento della superficie coltivabile; con un tale principio estensivo, indice delle economie agricole meno sviluppate, si cominciò a produrre anche in terreni tutt’altro che favorevoli, nei quali colture come la vite o l’ulivo sarebbero state più remunerative.
Furono anche eseguiti un gran numero di lavori pubblici come la costruzione di acquedotti e varie bonifiche per ampliare le zone coltivabili, come quelle nell’Agro Pontino, ma anche in questo caso non è tutto oro ciò che luccica: il piano di risanamento fu ideato da Giolitti e completato solo in parte dal governo Mussolini.

(Foto: internazionale)
Negli anni ’30 si riuscì a coprire quasi tutto il fabbisogno nazionale ma il grano, provenendo da terreni poco adatti, divenne più costoso da produrre e di conseguenza si registrò un’innalzamento dei prezzi che colpì proprio gli strati meno abbienti della popolazione.
Importante fu anche la “Battaglia per le nascite“.
Per gli italiani, procreare certo non era facile: oltre l’innalzamento del costo della vita e le solite ragioni per cui di figli se ne fanno pochi pure oggi, la maggioranza della gente viveva in case piuttosto povere in cui l’intera famiglia dormiva in un’unica stanza. Si capisce dunque che trovare momenti di intimità era piuttosto difficile. A ciò si aggiunse il fatto che il Sabato non era disponibile, dato che fu riempito di eventi organizzati dal regime (Sabato fascista, le varie Opere Nazionali, etc…).
Per aumentare il numero dei nascituri si crearono varie istituzioni, come l’Opera Nazionale per la Protezione della Maternità e dell’Infanzia, le quali altro non furono che gli ennesimi carrozzoni dispendiosissimi che non risolsero alcunché.

Unica nota di colore fu la tassa sugli scapoli, che fruttò alle casse statali poco meno di cento milioni annui. Si aggiunsero anche incentivi per le coppie con molti figli ma in generale questa Battaglia si combatté, ancora una volta, sul piano propagandistico, che dipinse le donne come produttrici di futuri fascisti, esaltandone la dimensione casalinga.
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La carta del lavoro
Nel 1927 fu emanata la Carta del Lavoro, il pilastro del corporativismo e la sua teoria fondativa: lo Stato italiano è un’entità superiore all’individuo e il lavoro deve contribuire al benessere collettivo. Non devono esistere dialettiche interne alla Nazione in quanto minacciose per la sua unità.
Sostanzialmente, la comune dialettica fra padroni e lavoratori fu annullata in favore della coesione nazionale. Per renderlo possibile, associazioni sindacali e di imprenditori vennero abolite e sostituite con un’organizzazione fascista che racchiuse entrambe, gestita ovviamente dal governo. Niente più diritto di sciopero e lotta di classe. Tutti uniti per l’Italia.
“Lo Stato corporativo è il matrimonio tra governo e potere aziendale”
- Benito Mussolini
“Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”
- Giovanni Gentile

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Il dirigismo e l’autarchia
La virata corporativistica e autarchica fu messa alla prova, e contemporaneamente accelerata, dalla crisi di Wall Street.
Dato che né l’Italia né i titoli italiani erano strettamente legati alla borsa di New York, il Giovedì Nero non ebbe effetti immediati nel paese, ma non per questo diminuirono d’intensità.
Dopo un’iniziale ripresa dallo shock della Battaglia della Lira, con la produzione industriale e l’occupazione che tornavano finalmente a crescere, dagli inizi del 1930 la disoccupazione triplicò e le esportazioni furono ridotte di circa un terzo.

La politica economica fin lì seguita attutì il colpo? Difficile a dirsi, ma sicuramente le misure del regime per risollevare il paese dalla crisi furono piuttosto scarse dato che solo con il boost dell’industria militare per la guerra d’Etiopia si cominciò ad uscirne.
Il crash, però, diede a Mussolini l’occasione di distanziarsi definitivamente dalle politiche economiche adottate in precedenza per architettare la fantomatica “terza via economica” che vide come primo tassello l’Istituto Mobiliare Italiano, fondato nel 1931 per raccogliere i debiti delle banche, sanarli e dunque salvarle, affiancato dall’Istituto per la Ricostruzione Industriale del ’33, presieduto da Alberto Beneduce.
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Lo stato imprenditore
Con l’IRI, lo Stato assunse il controllo dei settori produttivi più importanti: siderurgia, industria estrattiva, quella elettrica e molto altro. A ciò si aggiunsero le tre banche principali: il Credito Italiano, il Banco di Roma e la Banca Commerciale.
Sostanzialmente, lo Stato si sostituì ai privati. L’unico vantaggio, per il regime, fu quello di avere il totale controllo politico sulla vita economica del paese ma i costi per sostenerlo furono immensi e molte di queste realtà non divennero altro che enormi carrozzoni dispendiosissimi.
Il protezionismo iniziato da Giuseppe Volpi, che intanto fu sostituito da Mosconi e poi da Jung, fu goffamente trasformato in autarchia, dai tratti in realtà abbastanza comici: riguardò non solo i settori strategici, ma anche beni alimentari come il caffè, che divenne di cicoria, e anche il vocabolario, dal quale si bandirono termini non italofoni (alcuni esempi: il dessert divenne “fin di pasto”, il whisky “acquavite” mentre lo champagne si trasformò in “sciampagna”).

Tornando alla stretta economia, l’autarchia, in un paese povero di risorse come l’Italia, fallì. Ciò che più testimonia questo fallimento è la “lista del molibdeno“: appena prima dell’invasione tedesca in Polonia, le autorità italiane, sapendo che il paese non era pronto per il conflitto, inviarono una lista ai tedeschi con la richiesta di circa sedici milioni di tonnellate di materiali necessari, una numero assurdo e impossibile da trasferire; tra questi spuntò il molibdeno, di cui se ne chiesero seicento tonnellate, quantità che superava addirittura la produzione mondiale.
La scarsità di materiali, equipaggiamento e risorse fu aggravata sensibilmente dalla guerra in Etiopia che fu un colpo per l’economia anche, ma in minor parte, per le sanzioni imposte dalla Società delle Nazioni, che comprendeva de facto solo Francia e Regno Unito. Queste ebbero come ulteriore effetto quello di accelerare la svolta autarchica voluta dal Duce.
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La guerra e la Repubblica Sociale
Tutti gli sforzi economici furono buttati al vento il 10 giugno 1940 quando Mussolini, volendo “giusto poche migliaia di morti per sedersi al tavolo della pace”, che per lui, data la fulminea caduta della Francia, sarebbe stato convocato presto, intervenne nella Seconda Guerra Mondiale. Quella “rapida guerra già vinta” durò invece cinque anni e quelle “poche migliaia di morti” si trasformarono in più di quattrocentomila.
Il sistema dirigistico-corporativo crollò sotto le bombe angloamericane.
Dopo l’armistizio, fondando la Repubblica Sociale Italiana il Duce riprese gli ideali del primo fascismo, quello sansepolcrista: un miscuglio di socialismo, sindacalismo rivoluzionario, nazionalismo, anticapitalismo e altro.
Questa ideologia si tradusse anche in economia, che assunse delle caratteristiche socialiste, viste negativamente dallo stesso Hitler. Nelle industrie, ad esempio, fu introdotta la cogestione e in alcuni casi addirittura la completa direzione degli stabilimenti da parte dei lavoratori.
Ormai, però, la produzione era paralizzata non solo dalla mancanza di ogni tipo di risorse e materie prime, ma soprattutto dai continui scioperi e bombardamenti.
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Il Centro-sinistra fra divisioni e necessità di un programma
Il lascito dello stato imprenditore
Il fascismo ebbe, anche in economia, un enorme lascito nell’Italia repubblicana.
La cultura del dirigismo, dello Stato sociale, del controllo diretto o indiretto introdotta da Mussolini non dispiacque affatto alle forze social-comuniste e nemmeno a quelle democristiane le quali in questo modo, tra l’altro, trasformarono molti settori economici in poltronifici in cui posizionarci i trombati dalla politica. Cosa che accade ancora oggi.
Concretamente, vari istituti furono chiusi per questioni di costi mentre altri sopravvissero.
Nel ’47, un ex partigiano e vicepresidente dell’ANPI fu nominato commissario liquidatore di un ente per l’estrazione dei petroli fondato nel’26. Quel partigiano si chiamava Enrico Mattei e quell’azienda era l’AGIP.


Mattei, capendone la sottovalutata importanza, non la chiuse e anzi la fuse con Agip Mineraria, Snam e Anic creando l’Ente Nazionale Idrocarburi. Trasformò l’ennesimo carrozzone in uno dei più preziosi gioielli dell’Italia repubblicana.
Ma questa è un’altra storia.
“Noi italiani dobbiamo toglierci di dosso questo complesso di inferiorità che ci avevano insegnato, che gli italiani sono bravi letterati, bravi poeti, bravi cantanti, bravi suonatori di chitarra, brava gente, ma non hanno le capacità della grande organizzazione industriale.
Ricordatevi, amici di altri Paesi: sono cose che hanno fatto credere a noi e che ora insegnano anche a voi. Tutto ciò è falso e noi ne siamo un esempio. Dovete avere fiducia in voi stessi, nelle vostre possibilità, nel vostro domani; dovete formarvelo da soli questo domani”
- Enrico Mattei
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