Tra lutto e teatro, Chloe Zhao racconta l’origine di un capolavoro secolare
Cosa avviene dopo un lutto? Com’è possibile che la vita prosegua imperterrita, assecondando solo in parte il silenzio in cui si affoga, quel vuoto che incombe senza preavviso. Questa è la domanda alla base di Hamnet – nel nome del figlio, film che mostra per la prima volta William Shakespeare sotto una luce differente, in un ruolo del tutto inedito: quello di marito e padre. Ci allontaniamo così dal grande drammaturgo per conoscere Will, un giovane che tenta di sfuggire al proprio destino, all’ombra paterna che grava su di lui, a ciò che per gli altri è giusto, per scegliere al suo posto qualcosa di reale, di palpabile.
È da questo presupposto che la regista Chloé Zhao introduce la vera protagonista del film: il mondo del poeta, infatti, entra in contatto con quello di Agnes, interpretata da una magistrale Jessie Buckley, che smuove lo spettatore fin dalle prime scene dando vita a un’anima solitaria — non una strega, ma una persona che segue il proprio sentiero, che conserva in sé la memoria delle proprie antenate, vivendo secondo le proprie regole, senza mai rinnegare la propria natura.

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Quello dei due personaggi non è un incontro armonioso, ma una lenta collisione tra due realtà che imparano ad ascoltarsi, concedendosi tempo e libertà. Il loro rapporto non è perfetto, né pretende di esserlo ed è proprio in questa sincerità che il pubblico trova lo spazio per riflettere su temi delicati e senza esito: la distanza, la famiglia, la crescita, l’abbandono di ciò che è familiare, il ruolo dei silenzi.
Con il proseguire della pellicola questo legame si trasforma per dare spazio alla famiglia: un mondo da costruire giorno per giorno, nella sua intensità e fragilità. Ed è esattamente quando questa quotidianità sembra trovare il proprio equilibrio che emerge però la sua natura più vulnerabile: se da un lato la famiglia offre l’opportunità di affrancarsi dal passato e non ripetere gli errori delle proprie figure di riferimento, dall’altro può sottrarti in un solo istante quella stessa nuova luce.

D’improvviso le realtà di Agnes e Will si pongono a poli opposti, colme di collera e pentimento: lei si incolpa per non aver predetto la morte prematura del piccolo Hamnet, lui non accetta di essere stato assente nel momento del bisogno — non solo per il figlio, ma per la famiglia che ha scelto di costruire. Due condizioni diverse che li portano a reagire in modo altrettanto distinto eppure, tra silenzi e un progressivo distacco, restano legati da ciò che resta, presenti l’uno per l’altro: il dolore di due genitori quindi si ricongiunge in un tormentato tributo al figlio.
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Il tempo del lutto in Hamnet
È a questo punto che il ritmo della pellicola si dilata: il tempo rallenta in un flusso di sequenze pervase da un costante eco del passato, dove il dramma che si cela in ciascuna di esse si pone alle radici di qualcosa di nuovo.
Will, dopo mesi di silenzio, si concede finalmente di dare voce al proprio dolore: lo stesso che, dinanzi alla moglie, non ha mai dimostrato fino in fondo. Sul palco non si limita a recitare, ma a riscrivere le sorti della propria storia, dando la sua stessa vita a quel bambino che per amore fece lo stesso. Lo saluta come non aveva potuto fare prima, concedendo alla donna che ama l’ultima, silenziosa possibilità di ritrovarlo in quell’oscurità che ormai le offusca la vista. Non per tentare di riportarlo tra le sue braccia, ma per vederlo questa volta sereno, libero da ogni sofferenza.

Con la stesura dell’Amleto gli immaginari si intrecciano tra loro: i ricordi divengono un ambiente comune e condiviso, donando a quell’anima stroncata troppo presto l’opportunità di veder realizzato il proprio futuro, i propri sogni, vivendo in eterno negli occhi e nelle menti di migliaia di persone.
Zhao ricompone con una delicatezza struggente la storia della famiglia di Shakespeare, congedandola da quell’aura di grandiosità che da secoli avvolge il sommo poeta per mostrarla, finalmente, con una lente più sensibile. A sostenere questo sguardo è la fotografia avvolgente e sensoriale di Łukasz Żal, capace di far percepire persino l’umidità dei boschi in cui Agnes si ritira, raccontando la sua storia attraverso una luce che progressivamente si fa sempre più fredda e grigia.
Hamnet – nel nome del figlio, tratto dall’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell, non si limita a raccontare un lutto familiare: restituisce dignità a un dolore che i libri di scuola hanno sempre anestetizzato relegandolo a poche righe ma che il film, finalmente, trasforma in memoria viva.
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