Storia del conflitto nordirlandese
Belfast, in questi ultimi mesi, è tornata al centro delle cronache per violenti episodi di guerriglia urbana, come i disordini scoppiati in seguito all’aggressione subita da un cittadino nordirlandese da parte di un rifugiato sudanese.
Per alcuni giorni, Belfast è stata messa a ferro e fuoco da gruppi vicini agli ambienti dell’estrema destra, con auto e case abitate da immigrati date alle fiamme; ma sarebbe sbagliato ricondurre la matrice di quella violenza a dei generici gruppi di violenti, magari ultras da stadio, senza una particolare organizzazione.
Questo perché Belfast ha un rapporto molto particolare con la violenza, dato che la città è stata per decenni teatro di una guerra civile mai dichiarata, con morti e feriti all’ordine del giorno, tra gruppi paramilitari armati fino ai denti.
E quei gruppi paramilitari, che per decenni hanno insanguinato le strade di Belfast, non hanno mai cessato le loro attività. Certo, ufficialmente hanno dichiarato il disarmo e la fine della lotta armata: ma l’organizzazione interna e la mentalità da città in guerra non è forse mai passata.
Ecco perché, oggi, Belfast è tra le poche città europee dove si è in grado di mobilitare in poche ore migliaia di manifestanti per scatenare il caos.
E questa, è la storia di come Belfast sia diventata l’epicentro di un conflitto che nella seconda metà del Novecento ha lasciato sul campo circa 3500 morti.

The Plantation of Ulster
Nel 1609, sotto il regno di Giacomo I d’Inghilterra, la corona britannica avviò un progetto di colonizzazione in Irlanda, noto come la Plantation of Ulster. L’obiettivo era pacificare l’isola “importando” in massa coloni protestanti provenienti da Scozia e Inghilterra, dunque fedeli al governo di Londra, confiscando terre ai notabili cattolici locali. Questo processo creò una spaccatura strutturale tra coloni protestanti presto trasformatisi nella classe dirigente e nativi cattolici, confinati spesso ai margini della società.
Le guerre civili del XVII secolo (tra cui la vittoria del protestante Guglielmo d’Orange nella battaglia del Boyne il 12 luglio 1690, ancora oggi ricorrenza molto sentita dai protestanti irlandesi) e l’introduzione delle Penal Laws consolidarono la supremazia protestante, riducendo i cattolici a cittadini di seconda classe sprovvisti di gran parte dei diritti politici e civili.
La divisione dell’isola
Dopo la Guerra d’Indipendenza Irlandese (1919-1921), il Trattato Anglo-Irlandese sancì la nascita dello Stato Libero d’Irlanda nel sud, ma divise l’isola: sei contee dell’Ulster, a maggioranza protestante, rimasero all’interno del Regno Unito, formando l’Irlanda del Nord. Da questo trattato nacque un’entità politica con sede nel Palazzo del Parlamento di Stormont, a Belfast Est, saldamente guidato da partiti e politici di estrazione “unionista”, cioè contrari all’unificazione politica con l’Irlanda “libera” a sud.
Per cinquant’anni la minoranza cattolica (circa il 35% della popolazione) affrontò un sistema di discriminazione istituzionalizzata. Grazie a un attento gerrymandering dei collegi elettorali, i partiti unionisti-protestanti mantennero per decenni una maggioranza più che assoluta in Parlamento, mentre, ad esempio, i protestanti ottenevano una priorità nell’assegnazione di alloggi popolari e rappresentavano la maggioranza degli impiegati nella pubblica amministrazione, soprattutto tra i ranghi delle forze dell’ordine (il famigerato RUC, Royal Ulster Constabulary).
La violenza dei Troubles
Alla fine degli anni ’60, sulla scia dei movimenti per i diritti civili americani, i cattolici nordirlandesi si organizzarono nella NICRA (Northern Ireland Civil Rights Association) per chiedere essenzialmente parità di diritti con la comunità protestante.
La reazione delle autorità fu durissima: la marcia di Derry del 1968 e la battaglia del Bogside nel 1969 trasformarono la protesta pacifica in scontro aperto, con l’esercito britannico inviato sul campo per mantenere l’ordine ma resosi nel mentre responsabile di numerosi abusi e violazioni.
Il punto di non ritorno fu il Bloody Sunday (30 gennaio 1972): a Derry (Londonderry, per i lealisti) i paracadutisti britannici aprirono il fuoco su una manifestazione pacifica per i diritti civili, uccidendo 14 manifestanti. L’evento distrusse ogni residua fiducia nelle istituzioni e spinse centinaia di giovani verso formazioni paramilitari come la Provisional IRA (Irish Republican Army).

Vale la pena confrontarsi a questo punto con le principali di queste formazioni paramilitari, responsabili, nell’arco di trent’anni, della maggior parte degli episodi di violenza. Da un lato l’IRA, Irish Republican Army, dedita alla “lotta armata” contro le autorità britanniche con l’obiettivo di ottenere la riunificazione dell’isola. Sul lato opposto dello schieramento una nutrita galassia di formazioni di ispirazione unionista, tra le quali emerse presto la UDA, Ulster Defence Association, nata inizialmente in risposta alle provocazioni dell’IRA e a difesa dei quartieri protestanti ma presto trasformatasi a sua volta in un’organizzazione capace di organizzare azioni offensive.
Gli anni Ottanta videro inoltre momenti di altissima tensione politica, come lo sciopero della fame del 1981 nel carcere di Long Kesh, dove Bobby Sands e altri nove detenuti repubblicani si lasciarono morire di fame chiedendo lo status di prigionieri politici, mettendo sotto i riflettori dell’opinione pubblica internazionale la causa repubblicana.
L’accordo del Venerdì Santo
Dopo oltre 3.500 morti e anni di sanguinose rappresaglie, le azioni diplomatiche intraprese dal governo britannico e da quello irlandese con la mediazione della comunità internazionale portarono alla soluzione diplomatica: il Good Friday Agreement del 10 aprile 1998.
L’accordo affrontò numerose questioni di attrito interne all’Irlanda del Nord e tra i governi di Londra e Dublino, stabilendo però alcuni principi fondamentali: condivisione del potere (power-sharing), cioè la prospettiva di un governo nordirlandese composto da esponenti repubblicani e unionisti; principio del consenso: L’Irlanda del Nord sarebbe rimasta nel Regno Unito finché la maggioranza della sua popolazione lo avrebbe desiderato, con la possibilità di votare in futuro per una riunificazione; infine, l’impegno a garantire il disarmo dei gruppi paramilitari e una progressiva liberazione dei prigionieri politici.
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Le conseguenze di Brexit
La decisione del Regno Unito di uscire dall’Unione Europea creò numerosi problemi al delicato equilibrio sancito dall’Accordo del Venerdì Santo. L’accordo si reggeva infatti su una premessa implicita: la comune appartenenza di Regno Unito e Irlanda all’UE, che rendeva il confine tra nord e sud dell’isola praticamente inesistente, favorendo l’integrazione economica e culturale dell’isola.
Con l’uscita del Regno Unito dall’UE, si aprì un’annosa questione a proposito del confine: un “confine duro” (hard border) terrestre, con il ripristino dei controlli alla frontiera, avrebbe violato lo spirito e i principi del Good Friday Agreement, motivo per cui si giunse, nel 2021, al Protocollo sull’Irlanda del Nord.
Per evitare una chiusura del confine, Londra e Bruxelles concordarono di mantenere in Irlanda del Nord le norme europee sulla circolazione delle merci, creando di fatto un confine doganale nel Mare d’Irlanda tra la Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord, con tutte le ripercussioni economiche che una tale ambigua posizione comporta.
Il referendum sulla Brexit comportò anche una spaccatura tra le comunità religiose del paese. Se da una parte i nazionalisti cattolici votarono in massa per rimanere nell’Unione Europea, e dunque anche “vicini” all’Irlanda, gran parte dei protestanti votarono invece per lasciare l’Unione, nella speranza di ottenere l’effetto opposto, cioè allontanarsi politicamente dal governo di Dublino e legarsi ancora più strettamente a Londra.
La vittoria di Remain in Irlanda del Nord con circa il 56% dei voti ha aperto un dibattito sul futuro degli equilibri politici nel nord dell’isola; sull’onda lunga di Brexit e della difficoltà dei partiti unionisti di mantenere consensi, nel 2022, per la prima volta nella storia dell’Irlanda del Nord, il partito repubblicano Sinn Féin è diventato la prima forza politica nell’Assemblea di Stormont.

La posta in gioco, però, è ancora maggiore. Dopo questo successo centrato, le ambizioni dei repubblicani nazionalisti mirano a un border poll, un “voto sul confine”, con la prospettiva di ricongiungersi alla Repubblica d’Irlanda e rientrare a pieno titolo nell’UE; ciò potrebbe convincere al voto favorevole anche molti protestanti moderati, ormai disillusi dal governo di Londra dopo il fallimento di Brexit e non più legati alla propria comunità religiosa nelle proprie scelte di voto.
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