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Il caso di Malcolm McDowell: nell’ombra del successo

di Sara Indino
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Malcolm McDowell insegna che un ruolo di grande successo può condurre rapidamente alla fama e allo stesso tempo trasformarsi in una condanna: quella di rimanere per sempre associati al personaggio con il quale la si ha ottenuta.

Sono infiniti i casi in cui attori minori, scritturati o chiamati per prendere parte a progetti di notevole risonanza, si ritrovano a vivere in un sogno ad occhi aperti, fatto di successo e riflettori, di richieste ed innumerevoli opportunità, una scalata improvvisa che cela nel profondo una realtà più complessa e spesso soffocante. La stessa Daisy Ridley, nota per il ruolo di Rey nella terza trilogia di Star Wars, nel 2020
dichiarò di aver percepito un calo progressivo di richieste lavorative a seguito dell’uscita di Star Wars: l’ascesa di Skywalker (2019).

Ancor prima di lei ci furono Elijah Wood e Daniel Radcliffe, attori inizialmente poco conosciuti che in breve tempo vennero acclamati dal pubblico per i loro ruoli da protagonista ma che, terminato quello che sembrava un tour de force tra interviste e red carpet, si sono persi, rimanendo irrimediabilmente legati a quei ruoli.

Malcolm McDowell e Arancia Meccanica

Tra gli esempi più eclatanti di tale dinamica spicca poi quello di Malcolm McDowell con il tanto discusso Arancia meccanica (1971) diretto da Stanley Kubrick, un adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Anthony Burgess.

Acclamata dalla critica, ottenendo quattro nomination agli Oscar e venendo presentata al Festival di Venezia nel 1972, quest’opera del regista americano ha fatto conoscere al mondo un attore straordinario, capace di distinguersi profondamente dai classici divi hollywoodiani non solo per il suo marcato accento britannico, ma anche per l’abilità dimostrata nell’interpretare un personaggio disturbante e magnetico come il giovane Alex De Large, immergendosi nel suo mondo di violenza, abusi e criminalità.

Malcolm McDowell in una scena di Arancia Meccanica
Una scena di Arancia Meccanica (Foto: Wikipedia)

Raggiunta la massima notorietà, nonostante le numerose censure imposte alla pellicola da svariati paesi, McDowell ha partecipato a svariati progetti, alcuni particolarmente promettenti ma che non hanno riscontrato il successo desiderato, come nel caso del dramma storico Io, Caligola (1979). Confinato così in quel singolo ed iconico ruolo, il resto della sua filmografia venne avvolta come in una nube di fumo.

Perfino la semplicità dei suoi primi lungometraggi ad oggi sembra ormai essere un tesoro nascosto, un qualcosa di dimenticato indipendentemente dalle premiazioni. La luna arrabbiata (1971) di Bryan Forbes è uno dei possibili esempi da prendere in considerazione: un film che non pretende di essere perfetto ma che con la sua sensibilità tocca il cuore.

Tra desideri e sogni infranti, l’attore dimostra ancora una volta le sue abilità e la sua versatilità con il ruolo di Bruce, un giovane ragazzo vittima di un infortunio che, a seguito della paralisi che lo costringe su una sedia a rotelle, scova nel cambiamento l’opportunità di crescere, di vedere la vita con una prospettiva nuova, ritrovando la luce negli occhi di una ragazza conosciuta all’interno di un centro di cura.

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Il caso di McDowell evidenzia ancora una volta con chiarezza una verità ricorrente: la fama può spesso trasformarsi in una gabbia dorata da cui è difficile evadere, al di fuori del quale il pubblico e l’industria ti possono definire, concedendoti il tanto bramato successo ma al contempo intrappolandoti in esso, cristallizzando la tua stessa immagine senza concederti di poterla alterare.

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