Con Gaza sì e con l’Iran no? Nei giorni successivi allo scoppio delle rivolte in Iran, in Italia, il paese delle polemiche fini a sé stesse, vari esponenti dei partiti al governo hanno accusato la sempre malvagia e generica “sinistra” di fare due pesi e due misure per quanto riguarda lo scendere in piazza a sostenere i popoli oppressi.
Bocchino, Ceccardi, Bignami e altri hanno pensato bene di urlare allo scandalo poiché le opposizioni non sono scese in piazza in solidarietà con gli iraniani come fatto ad ottobre per i palestinesi; ora, tralasciando il fatto che alla fine il campo largo è sceso in piazza a Roma il 16 gennaio, che i Radicali hanno fatto lo stesso il 17 gennaio, e che naturalmente nessuno dei moralisti del governo si è nemmeno sognato di metterci piede, restano comunque le parole di una classe governativa che non distingue situazioni e motivazioni, e che si sente in diritto di spiegare all’opposizione e ai cittadini per cosa davvero dovrebbero combattere (senza di loro, sia ben chiaro).

Credere che una protesta per Gaza, per il Sudan, per il Myanmar o per l’Iran siano tutte la stessa cosa significa non capire come mai serve protestare. Perché innanzitutto il grande movimento solidale per protestare contro il genocidio palestinese non è partito dai leader dell’opposizione, che semmai si sono uniti successivamente per farne una questione più politica che umana, ma è sorto spontaneamente dai cittadini e dalle associazioni umanitarie; è poi doveroso chiarire che non si protesta perché cambi linea un governo estero, ma il proprio: non ha senso scendere in piazza a Roma, Milano, Genova e Firenze perché qualcuno cambi idea a Tel Aviv o a Teheran, serve perché si cambi idea a Roma.
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Nei confronti dell’Iran, così come sulla Russia, con buona pace di Calenda, già ci sono sanzioni e critiche. Verso Israele, invece, non v’è stato un simile trattamento. Nessuno pensava che scendendo in piazza avrebbe fatto cambiare idea a Netanyahu: lo si voleva fare nei confronti di Meloni.
Gaza, Iran e altri. L’essenzialità delle proteste
La manifestazione, lo sciopero, sono i più grandi strumenti dei cittadini, il modo in cui essi possono far sentire davvero la propria voce, senza dover aspettare referendum o elezioni. Per quanto questo meraviglioso mezzo democratico negli ultimi tempi sia stato sfruttato da gente che non sempre credeva in quello per cui manifestava, condannare una protesta significa solo una cosa: condannare la democrazia.
E quando si condanna il non protestare, senza poi fare davvero qualcosa, si arriva al triste corto circuito della politica italiana.