La kermesse di Fratelli d’Italia si ripropone in grande spolvero per il 2025

Ed è proprio nei Giardini di Castel Sant’Angelo, nella foto qui sopra, che ieri, 6 dicembre 2025, è iniziata Atreju, la kermesse targata Fratelli d’Italia.
Atreju ha una lunga storia, risalente al 1998, quando una giovane Giorgia Meloni ne promosse la prima edizione. Da lì, Atreju è rimasta un importante momento di confronto e riflessione per la destra italiana, soprattutto a partire dal 2022, anno in cui proprio Meloni è diventata presidente del Consiglio.
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Parallelamente alla crescita di Fratelli d’Italia, è cresciuta anche la popolarità della manifestazione, capace di attrarre, anno dopo anno, sempre più visitatori e, soprattutto, ospiti illustri anche di levatura internazionale; come dimenticare, d’altronde, gli interventi di Elon Musk e Javier Milei nelle ultime due edizioni.

Ed è proprio sul tema ospiti che si è svolta, negli scorsi giorni, una polemica a dir poco affascinante in questo disgraziato paese. Ad Atreju, infatti, si è sempre e meritoriamente cercato di dare spazio alle posizioni avverse a quelle degli organizzatori; un esempio di questa tendenza può essere rintracciato già nel 2006, quando nell’Atreju di quell’anno ebbe luogo un dibattito tra Gianfranco Fini e Fausto Bertinotti.
Dunque, nel contesto attuale, molto si è fatto per convincere a partecipare anche i leader dell’attuale opposizione parlamentare al governo. A questo punto, però, si è rotto il proverbiale giocattolino.
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Atreju e la sinistra
La segretaria del PD, Elly Schlein, ha aperto le danze chiedendo un confronto con Giorgia Meloni, la quale ha raccolto il guanto di sfida; non solo, ha addirittura ribattuto invitando al confronto anche il leader dei 5 Stelle Giuseppe Conte. Eh no, ha detto la Schlein, tirandosi indietro. La situazione è la seguente: Giuseppe “DPCM” Conte sarà ad Atreju, Elly “non ci hanno visto arrivare” Schlein guarderà Atreju in diretta streaming.
Le reazioni sono state duplici: da un lato, chi ha accusato la Schlein di codardia o di non aver capito molto di come funziona la comunicazione politica (vedasi le affermazioni di Casalino); altri, grazie ad una piroetta retorica invidiabile, hanno sfruttato l’occasione per complimentarsi con la segretaria per non aver “ceduto” alla trappola organizzata da Meloni.
Perché si è arrivati a questo punto? Forse logiche di partito? Forse per non farsi mettere in ombra da Conte, il quale, tra l’altro, pare stia ghostando la segretaria dopo la débâcle Atreju? Perché, Elly, perché?
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Questa triste vicenda, però, si presta ad una laconica analisi politica: il campo largo antigovernativo è in braghe di tela. Innanzitutto, non ha un leader di riferimento. Anzi, sembra che i segretari dei partiti di opposizione al governo Meloni facciano a gara per sottolineare le antipatie reciproche piuttosto che compattarsi contro l’esecutivo; ma sul tema “compattarsi” torneremo a breve.
I problemi del campo largo

Negli ultimi tempi, sono stati pubblicati diversi sondaggi su eventuali primarie all’interno del suddetto campo largo, nelle quali, udite udite, la vincitrice parrebbe essere la signora Salis. Non quella ricercata in Ungheria, eh. La sindaca di Genova. E questo dice già tutto sulla solidità del mandato della dottoressa Schlein, che prenderebbe pure meno voti di Giuseppe Conte in queste potenziali primarie.
E dunque questa totale mancanza di coordinazione, perfino a partire dalla scelta di un profilo singolo per rappresentare l’opposizione al governo di centrodestra si apre all’ironia della stessa Meloni; quando le viene chiesto a gran voce di non nascondersi e di affrontare le voci contrarie alla sua azione di governo, la risposta le sovviene fin troppo facilmente: prima, magari, gradirei sapere con chi dovrei confrontarmi, grazie. Perché evidentemente non avete le idee chiare neppure voi, dato che vi siete messi a bisticciare per decidere chi avrebbe dovuto dibattere con me.
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Oltre alla questione leadership, il camposanto, volevo dire largo, ha problemi perfino a vincere le sfide elettorali contro la coalizione di governo. I successi ottenuti si possono letteralmente contare sulle dita di una mano, come ad esempio la risicatissima vittoria in terra di Sardegna con la pentastellata Todde o, nell’ultima tornata elettorale, i plebisciti in Campania e Puglia, dove però l’influenza delle dinamiche della politica locale non permettono di parlare di “vento del cambiamento” a livello nazionale.
Anche in caso di vittoria, i problemi non si risolvono: giungono giusto in queste ore indiscrezioni secondo le quali Decaro avrebbe problemi a creare una giunta regionale coesa e il PD campano stia mal sopportando l’imposizione di Fico a guida della regione. Per carità, problemi già visti anche all’interno del centrodestra, ma almeno loro hanno il lusso di non dover rincorrere.
Buona fortuna, dunque, all’armata Brancaleone comandata da… Schlein? Conte? Calenda? Mh, no, forse lui non può più ambire a un ruolo di rilievo nel campo largo. Chissà. Buona fortuna, dicevo, se l’ambizione è il governo del paese.
Ne avranno bisogno. E ne avremo bisogno anche noi, nel caso, per qualche strana congiunzione astrale, ci dovessimo ritrovare nel 2027 con un esecutivo Schlein-Conte-Bonelli. Nel dubbio, per risolvere il dilemma di chi potrebbe essere il presidente del Consiglio in questo scenario, propongo Francesca Albanese. Che questa mia proposta sia un monito ai giornalisti.
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