Lo scorso 4 novembre, in quel di New York, la culla del capitalismo occidentale, è stato eletto un socialista. Socialdemocratico, per essere più precisi. Ma non andiamo troppo lontani dal succo della questione. Una vittoria, quella di Zohran Mamdani, che ha fatto discutere; in realtà, si cominciò a parlare di lui già mesi fa, in piena campagna elettorale, quando la sua comunicazione innovativa e il suo programma socialista che farebbe impallidire i 5 Stelle più duri e puri ha iniziato a fare breccia tra molti newyorkesi.
Da quel momento, il fenomeno Mamdani non si è più fermato. Dopo la vittoria alle primarie del Partito Democratico, i suoi avversari ce l’hanno messa tutta: il grande sconfitto alle primarie, l’ex governatore di New York Andrew Cuomo, ha finito con il candidarsi come indipendente pur di non rischiare l’esclusione. Il sindaco uscente, il democratico Eric Adams, già espulso dai Dem per la sua opaca collaborazione con l’amministrazione federale, ha tentato anche lui la corsa come indipendente, finendo per ritirarsi e, come ultimo atto della sua impresa, lanciare a reti unificate un endorsement a Cuomo.
Ma il fronte anti-Mamdani non ha solo compattato i due disgraziati ex-democratici: perfino a destra lo tsunami chiamato Mamdani ha sparigliato le carte, giungendo al paradosso. Donald Trump, presidente in carica e leader indiscusso della destra USA, ha dichiarato il proprio sostegno a Cuomo, scaricando l’effettivo candidato repubblicano, Curtis Sliwa. Una mossa senza precedenti: tutto pur di fermare Zohran Mamdani. Che però, alla fine, ha trionfato.

Il fenomeno Mamdani
Una vittoria che rimarrà nella storia, senza dubbio, ottenuta con una campagna elettorale che ha saputo toccare i temi giusti per fare leva sugli elettori giusti, quelli degli immensi suburbs di New York, mentre Cuomo e Sliwa hanno potuto solo spartirsi i pochi elettori repubblicani e i relativamente pochi democratici che non si sono lasciati trasportare dall’entusiasmo generato dalla figura di Mamdani.
Le reazioni sono state essenzialmente due: a sinistra, pura euforia. Non tanto in America, dove l’ala “radicale” di Mamdani non ha ancora attecchito nella classe dirigente del Partito Democratico. In Italia, invece, i leader del “campo largo” hanno fatto a gara per chi avesse esultato di più. Che dire, oggi è un grande giorno per la sinistra… beh, americana, non certo italiana.
A destra abbiamo assistito a un grande sforzo retorico, molto centrato sulle origini di Mamdani, che è necessario ricordare almeno qui: un immigrato musulmano. E infatti, al di qua e al di là dell’oceano si sono sprecati i richiami alle Torri Gemelle. “New York, you forgot”; New York, hai dimenticato. Così Rudy Giuliani, ex-sindaco di New York, fedelissimo di Trump, al governo della città durante l’attentato di quel maledetto 11 settembre 2001. Retorica prontamente ripresa dall’esimio Matteo Salvini, impegnatissimo contro minoranze etniche e religiose sulla nostra sponda dell’Atlantico.
Si parlava poco fa di “temi giusti”. Quali? Tutto gratis! Più o meno, diciamo. Non c’è dubbio, però, che una delle proposte più chiacchierate del neosindaco sia proprio rendere gli autobus gratuiti, idea realizzabile attraverso l’aumento non esattamente quantificato delle imposte. Azione per la quale Mamdani necessiterebbe forse di un intervento dallo stato di New York, se solo la governatrice dem Hochul ha già sbattuto la porta in faccia al povero Zohran: va bene tutto, avrà pensato la dottoressa Hochul da Albany, ma io non sono disposta a perdere consenso per aiutare questo parvenu newyorkese. Ed è questo il grande problema nel futuro dell’amministrazione Mamdani, così come di tutti i socialismi mondiali: servono soldi; soldi che nessuno vuole dare.
Noi però, vogliamo dare fiducia a Mamdani. Una parabola incredibile, la sua. Viene quasi da provare simpatia per l’ascesa di un giovane candidato ad un incarico comunque così importante, per quanto le premesse siano poco convincenti. Perché la sensazione è che, dopotutto, l’elezione di Mamdani sia stata solo un grande abbaglio. Anzi, benzina sul fuoco della polarizzazione che da anni stringe gli Stati Uniti nella sua morsa.
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