Per una volta, sul referendum Calenda ha ragione: “la campagna dei fautori politici del sì è stata, francamente, vomitevole […] un ministro che dice che il CSM è fatto da para-mafiosi e un magistrato che dice che chi vota no è un delinquente speravo di non vederli in questo paese“, afferma in un intervento su La7.

Come avevamo previsto in questo articolo, la campagna referendaria è stata niente di più che un triste e continuo coro da stadio, in cui raramente si è parlato della riforma in sé. Non che ci aspettassimo altro, ma è comunque disarmante il fatto che ogni referendum sia visto da una parte l’occasione per affossare gli avversari politici e dall’altra un pericoloso attacco alla democrazia.
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Un referendum specchio della demagogia
Il carattere principale della campagna, come ormai di tutta la politica, è stata la paura o il desiderio di vendetta.
Paura di una presunta “involuzione autoritaria”, sbandierata in realtà per supplire il vuoto di idee e programmi che caratterizza la sinistra di oggi. Idea tra l’altro ridicola, perchè additata ad un governo che non sarebbe in grado di imporsi nemmeno ad una riunione di condominio.
La vendetta sarebbe nei confronti della magistratura, delle “toghe rosse”, e qui se ne sono viste davvero delle belle: per screditare il potere giudiziario si è tirato in ballo chiunque, da Enzo Tortora alla famiglia del bosco, da Falcone (che si potrebbe lasciare riposare in pace) al Pacciani e al caso Garlasco.

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La giustizia fra Trump e Meloni: come i giudici spaventano governi disfunzionali
Forse questa pietosa situazione è data in parte dall’oggetto del referendum: una tema prettamente tecnico, complesso e spiegabile solo attraverso ragionamenti lunghi ai quali gli italiani, ammettiamolo, non sono affatto abituati.
La storia delle consultazioni dirette nel Bel Paese, infatti, conferma che ci sono popoli non ancora pronti per sostenere una democrazia stabile: è da citare l’osceno referendum sul nucleare dell’87 che, tenutosi un anno dopo la tragedia di Chenobyl, è stato l’emblema della demagogia e dell’utilizzo spregiudicato della paura da parte dei politici.
La partita è ancora aperta, e in queste ultime settimane saranno ancora molti gli episodi che solleveranno dubbi sull’efficienza del suffragio universale, ma per ora viene da chiedersi se la classe politica, sapendo dal principio che la separazione delle carriere sarebbe stata troppo complicata per gli italiani, abbia preferito come strategia referendaria fare leva sulle emozioni: un revanscismo contro i giudici a destra e la paura idiota per la fine del mondo a sinistra.
1 commento
La mia opinione è che il commmentatore politico , lo dice il nome, commenta dei fatti specifici non usa l’articolo per diffondere le sue idiosincrasie politiche. Parlare di “Servilismo politico della Meloni” non è un commento politico ma semplicemente un accodarsi ai milioni di lettori di sinistra che non cercano un “Commento” poltico sul rifiuto dellla Meloni di inviare cacciamine a Hormuz ma semplicemente vogliono sentirsi dire che la Meloni è una serva di Trump. Di fronte al problema di liberare il transito di petroliere nello stretto il governo italiano si trova di fronte alle solite due alternative, inviarli o non inviarli. La Meloni contraddicendendo l’anima di quello spirito conservatore che cerca di portare in Italia ha risposto “No.” La Meloni rispondendo “No” a Trump secondo me non ha manifestato il suo servilismo, ma al contrario, suicidandosi ha commmesso un atto di enorme coragggio. Il lettore deve essere guidato a ragionare su queste due alternative, Cosa significa rispondere “No” non a Trump ma al polo americano? Cosa significa rispondere “No” ad una America che dallo sbarco di Normandia in poi ha sacrificato milioni di morti e miliardi di miliardi di dolllari per difendere l’Europa? Cosa significa alienarsi l’America nel momento in cui con la guerrra in Ucraina e il pericolo d’una finlandizzzazione dell’Europa alla Russia il pericolo per la nostra libertà incombe come un macigno su di noi? Il commentatore politico deve illustrare i pro e i contro del “Si” e del “No,” senza scadere nel “servilismo” dei commmentatori di sinistra o di destra che invece di commmentare i fatti invitano a votare “Si” o “No” al referendum sulla giustizia come tu intellligentemente hai evidenziato. Conclusioni, sei un buon ragionatore, scrivi bene, devi solo spogliarti dellle tue convinzioni politiche e portare a capire la “Verità.” Il cancro del giornalismo politico in Italia è il “servilismo” dire la verità è scomodo, un giornalista di quelli che senti a “La 7” o a “Repubbblica” oppure su “Il giornale” ha certamente più chances di trovare una collocazione di un commmentatore freelance conn un suo sito che vende commenti indipendenti. La scelta è una scelta morale di libertà interiore oltre che professionale. Amleto si chiese “Essere o non essere?” “Essere” significa, “Ho il coraggio di dire la verità o è più comodo accodarsi? Ai casinò francesi dicono, “Messieurs faites votre jeu.”