Un solo voto ha affossato alla Camera il ritorno delle preferenze. Reintrodurle avrebbe fondamento democratico, ma con una quota bloccata: perché il parlamentare serve la Repubblica, non soltanto i suoi elettori.
Martedì 14 luglio, a Montecitorio, lo scrutinio segreto ha riproposto la sua funzione di regolatore occulto: con 187 voti favorevoli e 188 contrari è stato respinto l’emendamento — primo firmatario Fratelli d’Italia, con Noi Moderati e Udc — che reintroduceva nella nuova legge elettorale un sistema misto di capilista bloccati e fino a tre preferenze. La presidente del Consiglio ha evocato la palude; le opposizioni hanno chiesto elezioni anticipate. Oltre la contingenza, il voto ripropone una questione aperta da trent’anni: quanta scelta riconoscere all’elettore sui singoli eletti.
Il valore democratico della preferenza è difficilmente contestabile. Dal 1992 nessun elettore italiano scrive di proprio pugno un nome sulla scheda delle politiche: si vota un simbolo, e il simbolo restituisce liste predisposte dalle segreterie, con parlamentari che devono il seggio all’ordine di graduatoria più che al consenso personale. La Corte costituzionale, nel 2014, censurò il Porcellum anche per questo profilo, giudicando le liste interamente bloccate lesive della libertà e della personalità del voto. L’aspirazione di restituire ai cittadini la scelta delle persone è dunque fondata.
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Preferenze: serve cautela
La storia, tuttavia, consiglia prudenza. Nella Prima Repubblica la preferenza pura alimentò cordate tra candidati della stessa lista, pacchetti di voti e reti clientelari; al conteggio le preferenze erano facilmente alterabili — un 2 trasformato in 12 o in 21 — come documentano gli atti delle Giunte per le elezioni. Il 9 giugno 1991 gli italiani se ne liberarono con un plebiscito: affluenza oltre il 62 per cento e 95,6 per cento di sì alla preferenza unica, nonostante i celebri inviti ad andare al mare.

Esiste poi un vizio strutturale. Con le preferenze il primo concorrente di ciascun candidato è il compagno di lista: ne derivano una campagna elettorale permanente, costi crescenti — con la connessa dipendenza dai finanziatori — e tempo sottratto al mandato. Il baricentro del Parlamento non è l’Aula delle dirette televisive, ma il sistema delle commissioni, dove le leggi si scrivono e dove servono competenze specialistiche: tributaristi, costituzionalisti, tecnici. Profili che raramente dispongono di visibilità mediatica e che difficilmente reggerebbero una conta di preferenze.
C’è infine una questione di principio che il dibattito rimuove. La preferenza funziona come un guinzaglio: lega l’eletto al proprio bacino di consenso e lo trascina, a ogni scadenza, verso chi dovrà riconfermarlo. La Costituzione dispone altrimenti: l’articolo 67 vuole che ogni parlamentare rappresenti la Nazione, «senza vincolo di mandato». Chi siede alle Camere serve la Repubblica, non soltanto i propri elettori; un sistema che lo incatena alla raccolta del consenso personale lavora, silenziosamente, contro quella norma.
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La possibilità di un sistema misto
Proviamo allora a disegnare una proposta diversa. Va distinta con nettezza dall’emendamento appena bocciato: quello blindava i soli capilista, un espediente senza quota certa né condizioni di trasparenza, il cui esito dipendeva dai risultati.
Qui si propone la reintroduzione di preferenze riservando per legge una quota bloccata — fino a un terzo dei seggi — a candidature di competenza, con liste corte, nomi conoscibili prima del voto, criteri di selezione e curricula pubblici. La giurisprudenza costituzionale lo consente: nel 2017 la Consulta giudicò legittimi i capilista bloccati dell’Italicum, perché il vincolo riguardava i soli capilista e non l’intera lista. In Grecia, del resto, dodici dei trecento seggi provengono da liste di Stato, sottratte al voto di preferenza.

Una quota simile presuppone di riconoscere ai partiti ciò che l’articolo 49 della Costituzione assegna loro: concorrere, con metodo democratico, a determinare la politica nazionale. I partiti non sono un male da sorvegliare, ma lo strumento con cui la volontà popolare si organizza e a uno strumento va lasciato un margine d’uso. Riconoscere loro uno spazio di manovra — la facoltà di portare alle Camere figure che nessuna conta di preferenze premierebbe — non è un regalo alle oligarchie: è la condizione perché il Parlamento disponga delle competenze necessarie al Paese.
La democrazia rappresentativa non si misura soltanto dalla quantità di scelta concessa nella cabina elettorale, ma dalla qualità delle leggi che il Parlamento produce. Il populismo promette agli elettori tutti i nomi sulla scheda ma una politica seria deve preoccuparsi anche di chi quelle leggi le sappia scrivere. Più democrazia non significa più applausi: significa un Parlamento in grado di funzionare.
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