“Io mi considero un condannato al giornalismo, perché non avrei saputo fare niente altro”.
Così diceva Indro Montanelli nel 1982 ad Enzo Biagi, durante la trasmissione “Questo Secolo”.
Firma storica del Corriere della Sera, direttore del Giornale e de la Voce, è stato il più grande giornalista italiano. Una voce controcorrente e coraggiosa anche quando esserlo poteva costare carissimo – non a caso subisce, nel 1977, un violento attentato.
Anche se la sua figura è ancora oggi questione di dibattito, soprattutto per i rapporti col fascismo, rimane il pilastro del giornalismo italiano. La sua scomparsa, avvenuta esattamente venticinque anni fa, il 22 luglio 2001, ha infatti creato un vuoto. Mai più colmato.
Quello che possiamo fare noi, e con noi intendo i suoi ammiratori e lettori, noi giornalisti o aspiranti tali, è ricordarlo assieme alle sue opere. Tentare, nell’Italia di oggi, di creare un quadro che possa spogliare il giornalista da tutti i luoghi comuni, dai pettegolezzi e dalle ingiurie costruite nel tempo.
Questo, almeno, glielo dobbiamo.
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Gli Inizi
Montanelli nasce nel 1909 a Fucecchio, un borgo vicino a Firenze. Ottiene due lauree: la prima in giurisprudenza nel 1930 e la seconda in scienze politiche due anni dopo. Comincia la carriera di giornalista scrivendo per alcune riviste locali per poi recarsi nel ’34 a Parigi. Lì lavora presso “L’Italie Nouvelle“, un giornale di propaganda collegato ad ambienti fascisti italo-francesi, ma la collaborazione si interrompe per aver espresso idee troppo libere.
Contemporaneamente scrive per il “Paris-Sior” ed è proprio grazie al suo ruolo di inviato che entra in contatto con il giornalista della United Press Webb Miller. Questo suggerisce all’UP di assumere il giovane italiano, cosa che accade. Nel ’35 Montanelli si propone come corrispondente in Etiopia, che all’epoca era in guerra contro l’Italia, ma dato il dissenso dell’agenzia si licenzia e si arruola come volontario per il conflitto.

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Il giovane Indro Montanelli, come tutti i ragazzi cresciuti dal fascismo, conosceva solo quello. La propaganda e l’indottrinamento somministrati dal regime non lasciava scampo a nessuno. Era impensabile non essere fascisti. Difatti il giornalista non ha mai negato di averci creduto, per un periodo.
La sua permanenza in Etiopia viene raccontata da lui stesso varie volte ne “Le Stanze“. Entusiasta volontario, com’egli stesso si è descritto, l’impresa “rappresentò molte cose […] dare la dimostrazione delle nostre qualità di coraggio, disciplina, spirito di sacrificio e capacità organizzative […] crearci anche noi un passato di gloria da contrapporre a coloro che avevano nel loro palmarès la prima guerra mondiale col suo Carso, il suo Piave, la sua Vittorio Veneto. […] Anche noi, in parole povere, volevamo qualche gallone di reduci di qualcosa“.
Insomma, un’intera generazione nata o cresciuta nel fascismo era spinta dalla volontà di farsi valere, di dimostrare di non essere meno coraggiosa di quella della Grande Guerra. Da qui si può perlomeno comprendere il suo arruolamento volontario.

Una questione controversa riguarda Destà, la famosa dodicenne comprata e poi sposata dal giornalista, all’epoca ventiseienne, in Etiopia. Montanelli segue in quest’occasione l’usanza locale del “madamato“, che prevedeva una relazione temporanea fra un cittadino italiano o un ascaro e una donna nativa. Il giornalista, in seguito, non ha mai negato il fatto affermando invece di aver semplicemente seguito le usanze del luogo e del tempo in questione.
Si evince da altre testimonianze che in una sua visita in Etiopia nel ’52 Montanelli sia stato accolto calorosamente da Destà la quale da un successivo matrimonio pare avesse avuto tre figli, di cui il primo si chiamava proprio Indro. Nel 2020 un articolo di TPI ribalta la vicenda sostenendo, tramite l’intervista di un italo-eritreo informato sui fatti e originario del paesello in questione, che l’intera relazione sia un falso inventato dal giornalista, per ragioni ignote. Insomma, una vicenda controversa e soprattutto non ancora chiara che continua però a creare ombre attorno alla sua figura.
La disillusione di Montanelli nei confronti del regime comincia, dall’Etiopia, a crescere. Partito come corrispondente per la Spagna durante la guerra civile, si distacca dalla propaganda di regime raccontando le reali gesta dei volontari italiani per Franco. Mussolini in persona, nel ’37, lo espelle dall’albo dei giornalisti. Gli viene anche revocata la tessera del PNF, che all’epoca era necessaria per praticamente qualsiasi cosa.
Per evitargli il peggio, l’amico e Ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai gli affida un incarico in Estonia dove incontra e conosce Vidkun Quisling, futuro collaborazionista nazista in Norvegia. In seguito torna in Italia dove lavora, senza essere assunto data la sua espulsione dal PNF, per il Corriere della Sera.

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Negli anni della seconda guerra mondiale svolge la funzione di inviato in vari fronti di guerra. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 tenta di aderire al gruppo antifascista Giustizia e Libertà ma prima di poterlo fare viene scoperto. Arrestato dai fascisti il 5 febbraio 1944, viene trattenuto nel carcere di San Vittore in qualità di condannato a morte.
Riesce a fuggire in extremis con altri prigionieri e arriva in Svizzera, dove collabora con diversi giornali. Viene accolto con sospetto e freddezza: il suo passato nel regime non gli garantisce quella “purezza” che molti vantano. Insomma, troppo antifascista per i fascisti, troppo fascista per gli antifascisti.
Dopo la guerra
Con la fine del conflitto riprende l’attività giornalistica nonostante il clima bollente di Milano. L’attività d’inviato lo porta nel 1956 a Budapest dove racconta i fatti della rivolta avvenuta in quell’anno. La narrazione è divisa in due: da una parte, i comunisti la raccontano come una controrivoluzione scatenata dagli americani e senza reali basi sociali, dall’altra si elogia l’eroismo della borghesia ungherese contro il regime comunista. Montanelli, fervente anticomunista, ribalta entrambe le visioni.
Narra di una rivolta contro il regime dei carri armati sovietici, ma non in nome dell’occidente o dell’anticomunismo. La descrive come un’insurrezione per un socialismo umano, attuata da studenti e operai. Riferendo la semplice verità, si attira le ire sia dei comunisti sia del fronte opposto.

In questi anni comincia, con la Rizzoli Editore, la lunga pubblicazione delle Storie: di Roma, dei Greci e la celebre serie della Storia d’Italia, dal Medioevo fino alla fine del ‘900. Ancora oggi quei volumi sono oggetto di dibattito e feroce critica da parte dei professori, i quali non li considerano libri storici veri e propri. Montanelli rivendicherà sempre la sua volontà di portare la storia fuori dalle polverose biblioteche e, spogliandola dei tecnicismi, di renderla accessibile a tutti.
Le sue stesse parole, tratte da “I conti con me stesso. Diari 1957-1978“, sono illuminanti:
«Brescia, 3 dicembre 1970. Dopo la solita presentazione, un capotecnico della Breda mi si avvicina con alcuni suoi compagni. “Signor Montanelli”, mi dice, “noi non capivamo nulla, e dopo aver letto la Controriforma e il Seicento abbiamo capito tutto. Se tutti leggessero questi suoi libri, l’Italia cambierebbe da così a così… Ma costano ancora troppo, anche le edizioni popolari… Non si può fare un’edizione proprio per tutti?”.
Li guardo. Hanno un viso onesto e buono, che mi commove. Gli dico che farò il possibile per indurre Rizzoli a un’edizione popolarissima, anche a costo di rimetterci i miei diritti d’autore. E sono sincero. Voglio che questi libri arrivino a tutti, e che tutti, dopo averli letti, credano di aver capito tutto. Piaccia o non piaccia agli accademici, io con questi libri ho smosso qualcosa ch’essi non erano mai riusciti nemmeno a titillare. Della cultura, non do che illusione. Ma ho creato in milioni di lettori il bisogno di questa illusione. E non è poco».
In seguito si occupa di varie inchieste tra cui quelle riguardo Venezia, nelle quali denuncia la forte industrializzazione e i suoi effetti sull’ambiente della laguna. Le cose cambiano quando nel ’72 i nuovi vertici del Corriere della Sera decidono, visti i tempi che corrono, una virata a sinistra del quotidiano licenziandone il direttore Spadolini e sostituendolo con Piero Ottone. Montanelli giudica duramente la decisione in un’intervista a L’Espresso e viene licenziato da Ottone stesso nell’ottobre dell’anno seguente.

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Il Giornale
Subito dopo essere stato allontanato da Via Solferino riceve e accetta la proposta di Gianni Agnelli di scrivere per La Stampa ma poco dopo annuncia il progetto di fondare un nuovo quotidiano: Il Giornale Nuovo, poi solo Il Giornale, vede la luce il 25 giugno 1974 e viene così ricordato da Montanelli stesso:
«Nascemmo […] per metterci contro il vento di quegli anni che soffiava in direzione del compromesso storico coi comunisti, della contestazione barricadiera, del giustizialismo, del pansindacalismo, della resa all’eversione, e per suonare la Diana della riscossa dei vecchi valori dello Stato di diritto, dell’ordine, della iniziativa privata, dell’economia di mercato, della meritocrazia, non per interpretare e propugnare i gusti e le tendenze del tempo, ma per contrastarli.»
Il Giornale si attesta nell’area della destra liberale e vede da subito grandi firme: Mario Cervi, che collabora con Montanelli anche per la stesura di alcuni volumi della Storia d’Italia, Renzo De Felice, Renato Mieli e in seguito Gianni Brera. Fondamentale è l’ormai storico appello “Turiamoci il naso e votiamo DC“, lanciato per via della pericolosa crescita del PCI alla vigilia delle elezioni del 1976.
Nello stesso anno il giornalista comincia la collaborazione con Mike Bongiorno, amico di vecchia data e compagno di prigione durante la guerra, per un notiziario televisivo tenuto dalla redazione de Il Giornale.
Dalla posizione di direttore, Montanelli partecipa a diverse iniziative: una raccolta fondi nell’80 per i terremotati dell’Irpinia, un’altra nove anni più tardi per evitare la chiusura dell’Accademia della Crusca. Appoggia nei primi anni Novanta il cambiamento della legge elettorale e si dichiara favorevole all’intervento nella prima guerra del Golfo per liberare il Kuwait dalle forze irachene.

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L’attentato
Il 2 giugno 1977, nell’apice dei sanguinosi anni Settanta, Montanelli viene colpito da quattro colpi di pistola a Milano, mentre si recava in redazione. L’attentato, organizzato e attuato da tre membri delle Brigate Rosse, allarma subito la stampa italiana, con due eccezioni.
Il Corriere della Sera, diretto ancora da Piero Ottone, riporta la notizia ma senza scrivere il nome di Indro Montanelli. Le sue posizioni irrinunciabili e contrapposte a quelle verso cui tirava il vento gli hanno garantito la fama di peste nera del giornalismo, d’intoccabile, di fascista, e perciò non poteva nemmeno essere nominato. Una brutta, penosa pagina nella storia del Corriere.
L’altra eccezione è La Stampa il cui direttore Arrigo Levi, così come Ottone, visita il ferito Montanelli il quale, in seguito, riserva loro qualche commento ironico nei suoi Diari: “Ma da quali ometti è rappresentato questo povero giornalismo italiano!“

Il giornalista incontrerà in seguito i suoi attentatori descrivendoli così:
«Sono da rispettare perché stanno pagando, con pene che sono state giustamente inflitte, per tutto il male che hanno fatto. Pagano e non hanno però tradito i loro compagni. Oggi rifiutano il loro passato e vogliono reinserirsi.
Sono stati bravi, mi hanno sparato quattro colpi senza uccidermi o azzopparmi, e non è facile. Ora la guerra è finita e tra vecchi nemici si usa brindare. Però se mi avessero ucciso il padre o il figlio non sarei certo qui, ma loro stanno pagando o hanno pagato. Prima o poi riusciranno a venir fuori e quindi hanno diritto al perdono.»
Montanelli e i rapporti con Silvio Berlusconi
Alla fine degli anni Settanta l’imprenditore di Arcore, già inserito in vari settori fra cui l’edilizia e le televisioni, diventa socio di maggioranza del Giornale. I patti sono subito chiari: “Tu sei il proprietario, io sono il padrone almeno fino a che rimango direttore. Io veramente la vocazione del servitore non ce l’ho.”

La collaborazione fra i due continua senza contrasti fino alla metà degli anni Novanta in coincidenza con l’entrata in politica del Cavaliere. Montanelli racconta che appena prima della “discesa in campo” il futuro Presidente del Consiglio si era recato in redazione con l’intento di far appoggiare la propria candidatura dal quotidiano, trasformandolo sostanzialmente in un organo di propaganda per Forza Italia.
Montanelli e altri 55 redattori non ci stanno e si dimettono dal Giornale. In seguito, continuerà a ritenere inadatto Berlusconi per la carriera politica, sia per i conflitti d’interessi col suo impero finanziario sia per il suo atteggiamento: non si può, secondo il giornalista, amministrare uno Stato come si gestisce un’azienda.
Montanelli viene innalzato, dalla stessa sinistra che negli anni più pericolosi lo criticava, come un esempio di anti-berlusconismo. Lui stesso afferma: “Prima mi demonizzavano, ero il mostro, adesso sono il santone… Ma il santone della sinistra […] Io sono un uomo di destra, io sono un liberal-conservatore… Sono un uomo di destra che non si riconosce nelle forze che oggi si proclamano «di destra»“.
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Gli ultimi anni
Dimessosi nel ’94 dalla direzione de Il Giornale, Paolo Mieli e Gianni Agnelli gli offrono la direzione del Corriere della Sera, che però rifiuta. Decide, assieme ai 55 giornalisti fuoriusciti con lui tra cui Beppe Severgnini, Peter Gomez e Marco Travaglio, di fondare la Voce. Nonostante un notevole esordio, la nuova redazione chiude nel ’95 per insufficienza di fondi. La volontà di creare un quotidiano di orientamento liberal-conservatore, senza padroni e contrapposto alla destra populista di Berlusconi, si è scontrata con la realtà di un settore, quello del giornalismo, in rapido cambiamento e col tessuto sociale del Paese. Riguardo quest’ultimo, Montanelli, nell’ultimo numero della Voce, così scrive:
«Noi volevamo fare, da uomini di Destra, il quotidiano di una Destra veramente liberale ancorata ai suoi valori storici, quelli di Giolitti, Einaudi e De Gasperi. Abbiamo peccato di troppo ottimismo perché questa Destra rappresenta un’élite troppo esigua per poter nutrire un quotidiano. Ecco il vizio d’origine che mi fa sentire straniero in patria, ecco l’errore che ha fatto della “Voce” un giornale straniero in Italia»

Dal ’95 torna al Corriere della Sera e si dedica in particolare a “La Stanza di Montanelli“, un dialogo fra il giornalista e i lettori sui temi più disparati.
Durante la permanenza al Corriere si pronuncia a favore dell’eutanasia, dell’intervento NATO in Jugoslavia ma contrario all’espansione ad est dell’alleanza, sostenendo la necessità di un secondo Piano Marshall per la Russia post sovietica e per il Medio Oriente. Dichiara, in merito alle elezioni politiche del ’96, di aver votato l’Ulivo.
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Epilogo
Indro Montanelli si spegne a Milano esattamente 25 anni fa, il 22 luglio 2001.
La sua scomparsa ha creato una ferita, un vuoto insanabile nel giornalismo italiano. Il Paese ha perso un gran signore, un uomo veramente libero. Un uomo dall’onestà intellettuale e dalla rettitudine insuperabile. Valori molto lontani dalla maggior parte dei giornalisti di oggi che, quando non sono servi del potere, sono al massimo dei menestrelli.
Un uomo che sicuramente non è esente da controversie e la cui esistenza è fatta di luci e ombre. Ma d’altronde la lezione che s’impara leggendone le opere è anche questa: nessuno è puro o perfetto. Non esiste bianco o nero, ma solo sfumature di grigio.
Un’altra lezione, quella più importante di tutte, la rivela direttamente lui:
«Chi di voi vorrà fare il giornalista, si ricordi di scegliere il proprio padrone:
il lettore.»