Calenda, Tajani e Moratti entrano in un bar: sembra l’inizio di una barzelletta e in effetti potrebbe proprio diventarla. In occasione dei trentadue anni dalla discesa in campo del Cavaliere si è tenuta una grande festa al teatro Manzoni di Milano, che ha visto anche la partecipazione e l’intervento del segretario di Azione.
Insieme agli apostoli di Berlusconi (a proposito, qualcuno dovrebbe avvertirli della sua dipartita), Calenda si è detto “felicissimo se c’è spazio per lavorare insieme” , per poi dettare legge in casa d’altri sottolineando l’esistenza di “paletti chiari“: niente Lega o quinte colonne russe; il che, tradotto dal politichese, significa: intanto che non sono proprio disperato faccio richieste, ma se chiudere un occhio su Salvini diventasse necessario per la rielezione, allora così sia.

I crucci di Calenda
Per Carlo potrebbe però diventare un bel problema questa clamorosa virata a destra, non solo per questioni di coerenza, ma soprattutto perché verrebbe abbandonato sia dall’elettorato, per larga parte di centro sinistra, sia da praticamente tutti i quadri del partito, la cui maggioranza proviene dalle file del PD.
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A destra si vocifera che nel ’27 Meloni potrebbe scaricare la Lega dal governo per imbarcare Calenda, cosa assurda dato che, oltre a risultare un suicidio politico per quest’ultimo, non torna nemmeno parlando di percentuali nella più basilare matematica politica: barattare un 9% per un 3 e mezzo, che diventerà un uno virgola per le ragioni di prima, non sembra proprio una mossa scaltra per la premier. Senza contare che il racconto di Azione come “partito liberale” è stato nel giro di pochi mesi soppiantato completamente da quello di Forza Italia: non possono esserci due galli nel pollaio, e tra i due è proprio il partito del Cavaliere ad attirare maggiormente l’elettorato moderato.
Staremo a vedere quale sarà il risultato di questi magheggi. Tajani dice: “se son rose fioriranno”; io mi chiedo “e se invece fossero cachi?“.