Home EconomiaGuerra USA – Iran: la situazione attuale e le possibili ricadute a livello globale

Guerra USA – Iran: la situazione attuale e le possibili ricadute a livello globale

di Emanuele Penati
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USA iran Hormuz

Sono ormai passati 60 giorni dal primo attacco coordinato da Usa e Israele contro l’Iran e ci troviamo, ora, al ventesimo giorno di tregua in una situazione che sta comunque lasciando moltissimi dubbi e perplessità sul futuro di questo scontro.

Durante questo periodo l’Iran, fatalmente sottovalutato dai suoi nemici, ha applicato una tattica di guerra molto intelligente: ha puntato ad attaccare i propri nemici sia indirettamente sia direttamente colpendo, per esempio, diverse infrastrutture nevralgiche dei paesi del Golfo (alleati di Usa e Israele) e bloccando lo stretto di Hormuz che successivamente ha subìto un controblocco da parte di Trump.

Nello Stretto, infatti, negli ultimi giorni stanno passando mediamente l’8% delle petroliere che transitavano prima del conflitto: lo stop ai commerci così imposto in un punto nevralgico del commercio globale, dal quale passa anche il 20% del gas naturale liquefatto, sta creando numerosi problemi all’economia, con le banche centrali in difficoltà circa le decisioni da prendere e gli inevitabili timori sulle conseguenze che potrebbe generare un possibile prolungamento della guerra nei prossimi mesi.

USA iran Stretto di Hormuz
Lo stretto di Hormuz (Foto: NewsMondo)

Lo stretto di Hormuz, come già detto, è uno dei crocevia più importanti per l’esportazione di gas e petrolio nel mondo ma non solo di questo: alcuni dei paesi del Golfo, tra cui ad esempio il Qatar, sono anche grandi esportatori di prodotti chimici, di vitale importanza sia nell’agricoltura sia nell’industria alimentare, e di acciaio, elemento importantissimo in molti settori produttivi europei.

Dato quindi l’alto livello di esportazioni e di importazioni che passano attraverso lo Stretto, la sua chiusura comporta seri problemi.

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A seguito degli innumerevoli bombardamenti che si sono susseguiti, sono state danneggiate o distrutte anche diverse strutture atte allo stoccaggio e alla raffinazione del petrolio e del gas, creando danni che non potranno essere risolti con la riapertura dello Stretto.

USA iran petrolio raffineria
Una raffineria iraniana (Foto: PressTv)

Sarà indispensabile un processo di ricostruzione e di riqualificazione che richiederà anni. Anche se si dovesse raggiungere un accordo di cessazione delle ostilità a breve, l’impatto negativo di questa guerra si ripercuoterà nel lungo periodo.

Ecco spiegata la grande incertezza verso il futuro dell’economia e della finanza globale, come è già evidente osservandone i riscontri in Asia.

Studi dell’OECD

Secondo uno studio dell’OECD (organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), il conflitto sta già imprimendo un notevole aumento dei prezzi dell’energia e ciò porta con sé anche un’interruzione delle catene di approvvigionamento data la chiusura dello Stretto.

Ovviamente questa situazione così traumatica ha prodotto l’innalzamento delle aspettative di inflazione a medio termine, per altro in un periodo in cui stanno già affrontando varie difficoltà alcune delle principali economie del mondo come Brasile, Turchia, UK e Stati Uniti.

La crescita del PIL mondiale, secondo le stime, dovrebbe quindi rallentare e scendere al 2.9% nel 2026 per poi risalire di un punto decimale nel 2027.

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USA

Entrando nello specifico, la crescita degli USA si ridimensionerà passando dal 2% del 2026 al 1.7% nel 2027; l’inflazione invece potrebbe salire di 0,6 punti percentuali e, di conseguenza, questo potrebbe portare la FED a decidere di aumentare i tassi d’interesse entro la fine di quest’anno.

Tutti questi fattori, insieme, hanno anche causato un deterioramento del sentiment dei consumatori, sempre più preoccupati anche a causa dell’aumento “esplosivo” del prezzo della benzina.

Così, quasi sicuramente, si produrrà una frenata dei consumi e, considerando l’America come il mercato che consuma di più al mondo, un loro rallentamento potrebbe portare a conseguenze a cascata su quelli internazionali e locali innescando così un freno alla crescita degli Stati Uniti.

L’Asia

Oltre agli Stati Uniti anche i paesi del Sud Est asiatico stanno subendo un impatto molto negativo da questa crisi.

Nazioni come Cina, India, Giappone e Sud Corea hanno sempre importato grandi quantità di petrolio dai paesi del Golfo e oggi si trovano costretti a dover ridefinire in tempi brevi le loro necessità energetiche; si pensi infatti che il Giappone importa il 70% di gnl e petrolio proprio da lì e che già prima di questa crisi stava affrontando diversi problemi economici legati a tassi di interesse in rialzo, crescita bassa e debito pubblico sempre più difficile da sostenere.

Per approfondire la situazione giapponese…

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La situazione in Europa

Noi europei non possiamo certo dormire sonni tranquilli visto che in fatto di energia dipendiamo fortemente dai paesi del Golfo, soprattutto noi italiani.

Considerando comunque l’Europa in generale, la business confidence è scesa ai minimi dal 2022, i prezzi delle materie prime stanno crescendo sempre più segnando un record a tre anni, tenendo conto del fatto che le stime del S&P sul PMI europeo (indicatore che misura la salute economica di vari settori) non sono delle migliori; inoltre il composite eurozone PMI è sceso a 48.6 in aprile e, sapendo che i valori al di sotto del 50 indicano una contrazione nella crescita, non costituisce un dato che fa ben sperare.

A questo punto l’IMF nelle sue previsioni di aumento di PIL ha rivisto al ribasso quelle europee che si sono tradotte nella caduta più rovinosa fra tutte le maggiori economie avanzate.

L’IMF, infatti, si aspetta che la crescita dell’Eurozona per quest’anno si attesterà all’1.1%, in ribasso dello 0.2% rispetto alle stime di gennaio, ricordando che la Germania ha subito il peggior ribasso con un taglio della previsione per l’aumento di PIL dello 0.3% sia per il 2026 sia per il 2027.

Previsioni di Visual Capitalist circa la crescita di PIL in Europa (Foto: Idealista)

Come se ciò non bastasse, si aggiunge anche la posizione scomoda ricoperta attualmente dalla Banca Centrale Europea che, al momento, non ha ancora deciso cosa fare in quanto la situazione di questo mese è addirittura risultata essere ancora più difficile da valutare rispetto a quella di marzo.

Nonostante ciò, sui prediction markets la possibilità di un innalzamento dei tassi di interesse è valutata intorno al 72%, una grande differenza rispetto a prima dell’inizio dell’operazione militare in cui era creduto altamente probabile un loro abbassamento di 25/50 punti base.

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L’Italia

Anche in Italia il rischio è molto concreto: il 2026 non era partito nel migliore dei modi con un prospetto di una crescita del PIL tra le più basse dell’Eurozona e un debito pubblico in continuo aumento.

Il conflitto in Iran ha peggiorato ancora di più il quadro: subendo una quasi totale dipendenza energetica da fonti estere e sopportando un debito pubblico elevato, l’Italia si pone in una posizione di maggiore esposizione a crisi economiche poiché non possiamo contare su ampi spazi di manovra.

A far preoccupare sono anche le dichiarazioni del presidente di Confindustria Emanuele Orsini che ha dichiarato che in questo momento ci troviamo di fronte a tre possibili scenari: nel primo, se la guerra si dovesse concludere a breve saremmo allo 0.5%; se dovesse continuare per altri tre mesi arriveremmo allo 0% e se dovesse protrarsi fino a fine anno il rischio di recessione per l’economia italiana sarebbe praticamente certo.

Usa iran Emanuele Orsini
Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini (Foto: RipartelItalia)

Altre opinioni arrivano dall’ABI e dal suo presidente Antonio Patuanelli che avverte del rischio che i conflitti bellici prolungati producano un aumento dei rischi per tutti: per le imprese, per le famiglie e, di conseguenza, per le banche.

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Il Presidente ha altresì concordato sul fatto che gli istituti di credito nazionali siano solidi ma non tutti rispettino questo criterio e che nell’ultimo anno ci sono state banche che in un certo senso hanno “traballato”. Il rischio su di esse può diventare molto serio perché quando si innescano delle crisi in ambito finanziario l’effetto a catena in termini di fiducia scatta velocemente e questo può portare quindi a diminuzioni di consumi, di investimenti e di crescita per l’intero Paese.

Per Pattuanelli la soluzione può essere un nuovo piano simil PNRR che, dando nuova spinta e forza all’Europa, possa renderla ancor più attrattiva. La situazione economica attuale, quindi, sta creando tante incertezze e sta ponendo innumerevoli interrogativi sul futuro; per poter capire come uscire da questa incertezza l’Europa dovrà confermare una sempre maggiore unità e cooperazione, uniche vie che potranno permetterci di uscire da queste pesanti crisi e di assumere una sempre maggiore importanza anche nel panorama geopolitico mondiale.

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