Le imminenti elezioni in Ungheria sono forse le più importanti d’Europa: si fronteggiano da un lato l’europeista Péter Magyar e dall’altro il caro e vecchio Viktor Orban.
Quest’ultimo, purtroppo, lo si conosce già: sul trono ungherese da sedici anni, ha preso le redini di un partito di centro-destra, Fidesz, e l’ha trasformato in un crogiolo di conservatoracci ultranazionalisti euroscettici. Insomma, i migliori amici di Trump e Putin.
Dal 2010 continua imperterrito l’erosione di quel poco di democrazia liberale che s’era tirato fuori da mezzo secolo di comunismo sovietico mentre sul piano europeo gioca alla pecora nera impedendo ogni proposta per una maggiore cooperazione europea e ogni invio di armi o finanziamenti all’Ucraina.

A questo proposito, recentemente sono emerse delle amichevoli conversazioni telefoniche fra Orban e il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov le quali, sommate all’ammissione da parte del ministro degli esteri ungherese di aver informato Mosca riguardo i vertici Ue, mettono in dubbio se la così amata Patria sia la propria o in realtà quella di Putin.
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Magyar, invece, era un vecchio collaboratore di Orban che, quando il partito si staccò dalle sue radici liberal conservatrici, ha deciso di unirsi a “Tisza“, un partitucolo semi sconosciuto dai modesti risultati che con lui ha ottenuto alle europee del 2024 circa il 30 per cento dei voti.
Non deve essere però considerato “di sinistra” o comunque progressista: fa parte di una destra liberal conservatrice e i critici affermano che potrebbe rivelarsi un Orban un po’ più moderato (per spezzare una lancia a suo favore, bisogna ricordare che in Ungheria, così come in tutti i paesi dell’est Europa sottoposti a mezzo secolo di dittatura rossa, il progressismo non può essere uguale a quello dei paesi che non l’hanno mai assaggiata e che infatti a volte la ricordano con nostalgia).
Tuttavia, denuncia senza ambiguità le interferenze di ogni potenza – sia Mosca sia Washington – nella vita politica ungherese, anche se a suo favore.
Proprio sull’endorsement ad Orban del vicepresidente americano J.D. Vance, giunto in Ungheria a pochi giorni dal voto, si sono scatenati gli ultimi atti della campagna elettorale. Il vecchio Viktor non si è ancora reso conto che mostrare il supporto estero corrisponde esattamente a caricare la pistola delle opposizioni e aiutarle a fare fuoco. Magyar, infatti, con un suo video sull’accaduto ha riscosso parecchia fama, in patria così come all’estero:
E’ necessario ricordare, però, che queste ingerenze ci sono e ci sono state. L’Ungheria di Orban è una formidabile quinta colonna russa in Europa e, per quanto riguarda gli americani, ogni aiuto per indebolire l’EU è ben accetto. Paradossalmente, la Casa Bianca e il Cremlino su questo sono allineate e domenica giocheranno nella stessa squadra.
Gli ungheresi questo lo sanno eccome e infatti, per fare fronte comune contro Fidesz, praticamente tutti i partiti di opposizione hanno ritirato i propri candidati, evitando di dividere il voto contro Orban. Una mossa coraggiosa, che fa riflettere su quanto nel paese sia sentita la necessità di un cambiamento.
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Cosa significherebbe la vittoria di Magyar
La sconfitta di Viktor Orban significherebbe l’inizio di una nuova era, non solo per l’Ungheria. Questa potrebbe finalmente riconquistare un assetto liberale, combattere in modo efficiente la corruzione e ridurre l’influenza di Mosca sui propri processi democratici, informazione compresa; smetterebbe di essere il fardello d’Europa, la pecora nera che blocca ogni tentativo di superare le divisioni interne.
Della vittoria di Magyar ne risentirebbero tutte quelle destre sovraniste europee che hanno eletto Orban come baluardo contro l’UE. Tra queste è presente anche Matteo Salvini, che nei giorni del referendum era proprio a Budapest per il summit dei leader del gruppo parlamentare “Patriots for Europe” e che l’otto aprile, durante la conferenza stampa nella sede della Stampa Estera a Roma, afferma: “Stimo Orban, confido in una sua riconferma: è un grande leader, una persona di valore e di coraggio, di cui gli ungheresi e l’Europa hanno bisogno”.
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