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L’anno nero di Meloni

di Simone Nervi
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Col referendum sembra che l’onda delle Destre si sia fermata, ad opera anche di molti che, pur non avendo votato l’attuale campo largo alle politiche del ’22, sono corsi ai seggi per non confermare la riforma.

Durante la campagna la presidente Meloni ha cercato in tutti i modi di ribadire che il referendum non sarebbe stato un plebiscito a favore o contro di lei, e che di conseguenza il governo ne sarebbe rimasto intoccato.

Invece, stiamo assistendo alla conferma dell’esatto contrario: alcuni sondaggi (per quel che valgono) attribuiscono a Fratelli d’Italia un tracollo di almeno quattro punti in percentuale, per non parlare della Lega che, dopo la magrissima figura del Capitano a Pontida, sembra essere scesa addirittura al cinque da quello che era un nove per cento.

Inoltre, è in atto in questi giorni un rimpasto del governo stesso: visto che ha perso il referendum sulla giustizia, tema storicamente caro alla destra, Meloni sta cercando in tutti i modi di “ripulire” l’immagine dell’amministrazione spingendo alle dimissioni i membri più compromessi: Delmastro, Bartolozzi e Santanché.

Ma il peggio deve ancora arrivare.

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Referendum: ha vinto il No

Meloni e le destre illiberali: una galassia in recessione?

meloni Péeter Magyar
Péter Magyar in un comizio (Foto: Wikipedia)

Il 12 aprile le elezioni in Ungheria vedono l’attuale Primo Ministro Viktor Orban abbastanza in difficoltà: nonostante alcuni sporadici sondaggi in suo favore, la maggior parte delle previsioni danno in vantaggio il suo sfidante Péter Magyar, leader del partito Tisza.

Le sue posizioni sono conservatrici e in Europa appartiene allo stesso gruppo di Forza Italia, lo “European Popular Party“: non si tratta quindi di un PD, ma nemmeno di una destra illiberale come quella orbaniana.

Le elezioni in Ungheria, se vinte da Magyar, potrebbero avere un enorme contraccolpo per la nostra Presidente del Consiglio, che in questi quattro anni sta vedendo, al contrario di quello che si pensava, la sconfitta dei suoi principali colleghi di destra sovranista: in Germania AFD non sta più crescendo come negli scorsi anni, in Francia, dopo il ritiro di Marine Le Pen, la destra sembra essere abbastanza ferma, e in Inghilterra Nigel Farage viene battuto pure dai Verdi.

La sconfitta di Orban sancirebbe il fatto che la famosa “onda nera” che sembrava dovesse demolire la democrazia liberale europea sarebbe non solo ferma, ma addirittura in recessione.

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E il collega americano?

Anche Trump non se la sta passando affatto bene: l’intervento in Iran, impopolare sin dall’inizio, si sta dimostrando non solo un errore ma anche una pesante sconfitta.

Gli Ayatollah, sapendo di non poter sconfiggere militarmente gli USA, hanno trovato il modo perfetto per ribaltare l’economia americana: bombardando ad oltranza i paesi arabi e del golfo, questi sono costretti a ritirare gli ingenti capitali che avevano investito a Wall Street, causando un tracollo del mercato e gravi conseguenze sulla tenuta del dollaro che, com’è noto, da Nixon non basa più il suo valore sulle riserve auree di Fort Knox, ma sullo scambio di petrolio proprio con questi paesi arabi. Per questo è anche chiamato “petrodollaro“.

Una bella gatta da pelare per la Casa Bianca, soprattutto se si considera che la base elettorale di Trump, il “Popolo MAGA” ha sempre avuto come istanza principale la ripresa di un prudente isolazionismo.

L’Iran sembra essere in realtà solo una parte del malcontento dei repubblicani: gli Epstein Files, lo stato generale dell’economia, i controproducenti dazi che tra l’altro sono stati dichiarati illegali, le vicende dell’ICE e molto altro hanno contrariato decisamente la base.

E’ dunque sostanzialmente sicuro che le elezioni di mid-term saranno per Trump una pesante sconfitta nella quale perderà Senato e Camera. Oltre a non poter più fare nulla, ciò significa anche che il Tycoon verrà sottoposto ogni settimana a misure di impeachment, e questa volta è molto probabile che non la spunti come nel suo scorso mandato.

Insomma, una mattanza?

Sembrerebbe di sì.

Dinanzi al downfall di Trump, le destra italiana che l’ha sempre elogiato non potrà far finta di niente: l’elettorato si renderà conto del nuovo clima e si chiederà se ne valga davvero la pena continuare a supportare una destra che in Patria non ha fatto un straccio di riforma e che a livello internazionale è rimasta isolata come mai avrebbe creduto.

E dove potrebbe rifugiarsi questo bacino di voti?

Ancora più a destra c’è solo Vannacci e il suo caravanserraglio, ma potrebbe attirare solo i più sfegatati che comunque dovrebbero chiudere due occhi per votare un partito composto da gente come l’indipendentista padano Mario Borghezio o Emanuele Pozzolo, la mano più veloce del West famoso per lo sparo di capodanno 2024, vicenda per la quale è statocondannato dal tribunale di Biella per porto abusivo d’arma da fuoco il 31 ottobre 2025. Bei personaggi per un partito di destra a schiena dritta.

meloni Vannacci al parlamento europeo
Vannacci al Parlamento Europeo (Foto: Open)

Dall’altra parte c’è solo Calenda: in effetti, se Azione capisse se essere carne o pesce e tirasse fuori qualche esponente alternativo forse potrebbe anche guadagnare consensi, ma finché il partito non si sveglia è più probabile che gli ex elettori di destra si riparino sotto il solito ombrello forzista, tipico partito che si vota quando non si sa cos’altro fare.

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