In data 10 aprile, si è consumata una micro crisi interna nel PD milanese, accaduta dopo la richiesta di alcuni esponenti dem della giunta comunale di interrompere il gemellaggio cittadino con Tel Aviv a causa dei crimini compiuti dal governo israeliano negli ultimi anni.
La risposta stavolta non arriva dalla coalizione di centrodestra, ma da una voce di spicco del partito stesso, Emanuele Fiano. Grande volto del partito durante i governi Renzi e Gentiloni, ha ritenuto intollerabile la richiesta dem e ha chiamato il clima di partito “invivibile”, prospettando una sua prossima uscita.
Purtroppo o per fortuna, ha già fatto marcia indietro, dichiarando di voler restare, ma confermando come irrespirabile l’aria che tira per la linea riformista.
Sia chiaro che nessuno (tranne Maran, altro esponente della destra del partito) gli ha fatto pressione per restare; anzi, gran parte dell’elettorato di sinistra del partito vorrebbe proprio un suo abbandono, e non solo il suo.
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Tralasciando per il momento la questione delle correnti piddine, Fiano nel suo discorso commette due errori grossolani: il primo è ritenere che il partito abbia ancora bisogno di gente come lui per affermarsi nell’elettorato di sinistra, che invece lo ripudia; il secondo è confondere la sua giusta lotta contro l’antisemitismo, anche in quanto ebreo e figlio di un sopravvissuto ad Auschwitz, con una legittimazione ormai obsoleta del governo genocidiario di Benjamin Nethanyahu.

La problematica dell’antisemitismo dilagante è divenuta tale solo dopo un’incorretta assimilazione dell’essere ebreo con l’essere israeliano: l’una è una religione, l’altra una nazionalità; l’una non ha niente a che vedere con la pulizia etnica di Gaza mentre l’altra, se sostenitrice del governo Netanyahu, ne è compartecipe.
Se Fiano, da ebreo, considera la fine del gemellaggio con Tel Aviv un atto antisemita, cede a quella contraddizione logica che ha causato la rinascita dei movimenti complottisti anti ebraici. Tel Aviv in questo momento per l’elettorato di sinistra (quella vera) rappresenta la Washington di Trump: una città simbolo dell’estrema destra, dell’odio razziale, del fondamentalismo religioso.
Non si vedono motivazioni logiche dunque nel continuare una legittimazione nei suoi confronti da parte di Milano, città che ora più che mai deve ritrovare la sua linea di azione popolare, in un contesto di fortissima gentrificazione, derivata dalle politiche riformiste della giunta Sala.
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Il Pd deve tornare di sinistra
Il punto è proprio questo: a sinistra il riformismo non funziona. Nessun vero elettore di sinistra sarà mai d’accordo sulle politiche economiche dei vari Del Rio, Gori o Picerno. E’ necessario difendere gli ideali fondamentali della sinistra: battersi per i lavoratori contro chi li sfrutta, per i poveri contro chi li mantiene tali e per le persone in difficoltà contro chi crea quella difficoltà.

Gli anni successivi alle politiche renziane, come il Jobs Act e la Flat Tax, fanno capire dove finisce la sinistra quando la linea riformista ne prende il sopravvento: nel nulla.
Quando però la si ritrova, le viene affidato il compito di ricostruire. Bisogna però ripartire da un piano creato per la gente, dove le parole “salario minimo” e “patrimoniale” non siano più sinonimo di radicalismo, di cui Schlein viene incolpata da tutta la linea di Fiano.
Queste parole corrispondono invece ad un cambiamento che deve passare anzitutto da una rivisitazione del partito, tale da allontanare soggetti che di sinistra non hanno proprio nulla. Se poi funzionerà o meno, spetterà alle urne deciderlo. Ma se il risultato verrà falsato da persone che vanno ogni giorno contro l’idea di fondo del partito, allora non ci si avrà nemmeno provato veramente.
Il PD ha una sola speranza: che le parole di Fiano convincano finalmente tutti quelli del suo gruppo ad abbandonare quella nave che secondo loro sta affondando, ma che secondo tutti gli altri deve solo perdere peso.
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