“Cime Tempestose”: un film divisivo che rompe ogni schema, prendendo le distanze dalle trasposizioni cinematografiche a cui il pubblico è abituato
“Cime Tempestose” è una pellicola che, sin dalle prime fasi della produzione, ha tenuto il pubblico con il fiato sospeso. Il sospetto ricadeva sulla scelta di quelle due virgolette nel titolo: un apparente tentativo di mettere le mani avanti, di esplicitare il fatto che la storia narrata fosse stata rielaborata agli estremi, che del romanzo ne avrebbe preso solo il nome.
Un cast discusso e controverso
Inevitabile partire dal cast, dai protagonisti: Margot Robbie e Jacob Elordi nei ruoli tormentati di Catherine e Heathcliff. Una scelta discussa: i loro aspetti si allontanano profondamente dai personaggi di Emily Brontë, due volti che, nonostante ciò, appaiono perfetti per rappresentare quello che è a tutti gli effetti il classico processo d’idealizzazione, intrinseco in ogni lettore ma difficile da accettare nel momento in cui viene trasposto sullo schermo.

Margot Robbie dà vita a una nuova Catherine Earnshaw, che mantiene la propria bellezza ma attualizzandola, lasciando così che si perda il contrasto tra l’aspetto e quel carattere selvaggio e grintoso, che sembra limitato dagli appariscenti vestiti indossati nella casa del signor Linton, ma che fino all’ultimo respiro arde dentro di lei, sino a distruggerla.
Soffermandoci invece su Heathcliff, se inizialmente potesse convincere con i capelli increspati, la barba folta ed il volto lucidato dal sudore, con il seguire delle scene Elordi appare entrare in conflitto con lo stesso personaggio, prevalendo su quest’ultimo per poi riprendersi sul finale.
L’estetica del film: un connubio di eccesso e teatralità
Dinanzi a questi due sviluppi contrastanti viene rielaborata la travagliata storia del romanzo; viene resa pop, come avvenne 30 anni fa con la tragedia shakespeariana Romeo e Giulietta, in tal caso dal regista Baz Luhrmann.
Emerald Fennell torna con il suo stile audace, dettato da scenografie esuberanti, teatrali e patinate, dalle influenze barocche; questa volta distruggendo un pezzo alla volta la storia d’amore tra Cathy e Heathcliff, ammalianti esteriormente ma spregevoli fino al midollo. Non parliamo infatti di un rapporto sano ma di dipendenza reciproca, di ossessione confusa a causa del desiderio incontrollato.
Quella che si era certi fosse una pellicola profondamente sensuale, stando a ciò che si è visto nelle scene provocanti del trailer, si è rivelata essere un tentativo della regista di attualizzare la storia, osservandola senza filtri e sviluppandola al contempo in ambienti simbolici oltre che sfarzosi, distanti dalla fredda brughiera dello Yorkshire, a tratti così estetizzanti e curati da annullarsi in alcune scene, facendo apparire le aree del palazzo del signor Linton come estranee all’ambiente stesso, a sé stanti.
Nonostante ciò, la pellicola trova la sua forza proprio nell’immagine: i set, gli abiti voluminosi ed una colonna sonora che accentua ulteriormente la maestosità dell’atmosfera.
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La rappresentazione sincera di un rapporto che consuma
In definitiva questo film non può essere condannato totalmente né etichettato come pessimo: la vendetta di Heathcliff viene smorzata dal tormento, dal disperato tentativo di rimanere legato a Cathy; anche Catherine, dal canto suo, viene segnata in modo irrevocabile dal proprio desiderio, dallo strazio, apparendo più titubante dinanzi ad una possibile scalata sociale.
Nonostante ciò, tali cambiamenti appaiono fondamentali per lo scopo della Fennell di raccontare un amore che logora anima e corpo.
Tra cambiamenti estremi e scelte azzardate, la pellicola parla con una sincerità graffiante, in antitesi con le ambientazioni, quasi a voler paradossalmente estirpare con lo stesso mezzo ciò che per anni è stato idealizzato: ambienti suggestivi, luci studiate, costumi ed attori esteticamente belli e facili da desiderare, idealizzati a tal punto da apparire frutto della fervida immaginazione di chi osserva.
In questo gioco di contrasti, il film non offre risposte definitive, ma lascia allo spettatore la consapevolezza di un amore che logora, che seduce e distrugge; di un racconto che, pur moderno e visivamente ipnotico, conserva, per quel che basta, l’eco struggente del romanzo originale.