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Il caso del semestre filtro: il governante che non ascolta il governato

di Alessandro Morandi
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E’ diventato un caso nazionale il botta e risposta avvenuto tra la ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini e alcuni studenti del semestre filtro da lei ideato, membri dell’Udu, l’Unione degli universitari. Ad Atreju, la festa annuale di Fratelli d’Italia, alcuni iscritti al primo anno di Medicina hanno contestato la riforma della ministra, che dal canto suo li ha definiti prima “dei poveri comunisti” e successivamente “inutili”; un binomio di commenti che subito ha scatenato la polemica, evidenziando un’importante mancanza comunicativa da parte di un ministero tra i più contestati del governo Meloni.

Ministra Bernini ad Atreju (Foto: Il Riformista)

La conseguenza di queste frasi è stata la solita: scalpore, opposizione, richieste di dimissioni (con tanto di una petizione che ha raggiunto quasi le centomila adesioni) e una ri-analisi del semestre filtro da parte di media e politici, come se il fallimento della proposta dipendesse direttamente dalle parole della sua ideatrice e non dall’insufficiente gestione della riforma stessa.

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Solito caso all’italiana con tanta polemica, trasmissioni, tante parole e nessuno che si sia concentrato sul vero significato di questa spiacevole interazione. L’importante lascito di questo infelice confronto è l’espressione di una classe governante che ha smesso di ascoltare coloro che governa, che sono però quelli che ne legittimano il potere: senza il cittadino non si fa lo Stato.

La ministra Bernini non ha visto la contestazione come una critica costruttiva (che è presentata giornalmente dai rappresentanti degli studenti), ma come un attacco a priori alla sua persona e carica.

Ma si tratta solo di un caso o rappresenta la rottura di un equilibrio sociale? La risposta è complicata: sicuramente non si tratta di un punto fermo nella storia della politica italiana, sia chiaro; ma è sicuramente una forte dimostrazione di un distaccamento dei governanti nei confronti delle situazioni di vita comune dei loro cittadini.

Non solo distaccamento ma, se mi è concesso, anche disinteresse: l’universitario, soggetto alle riforme del Ministero, non è più considerato come qualcuno da ascoltare, ma solo da allontanare in fretta con slogan politici, anche abbastanza fuori luogo.

Eppure, il fallimento del semestre filtro è sotto gli occhi di tutti: poca organizzazione, una condizione di malsana competitività, una spesa economica ingente con il rischio di non avere ritorni sufficienti, esami poco controllati, risultati scadenti (solo il 15% ha passato la prova di fisica), la necessità di dover ammettere anche chi in un esame è stato bocciato e altri cento buoni motivi per cui si può dichiarare ufficialmente come la riforma non abbia funzionato.

Semestre filtro e la mancanza di comunicazione con gli studenti

A quanto pare però la ministra non se ne accorge, e quando gli studenti provano a farle capire cosa hanno dovuto sopportare, non si gira dall’altra parte, ma li insulta, li denigra; passa dal piano istituzionale della critica alla riforma, al piano politico (“comunisti”) a quello personale (“siete inutili”). Questo scadere nel volgare, l’attacco alla persona perché ha un’idea differente, il commento qualunquista per riuscire ad attirarsi le simpatie del pubblico presente, sono tutti sintomi della stessa situazione: i politici si sentono in diritto di poter trattare così cittadini contrari al loro operato, forti del sostegno incondizionato della propria base.

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Questo atteggiamento lo si vede dai tempi di Berlusconi, autore della frase citata dalla ministra, ma ha la sua conseguenza politica in questi anni; con i governanti sempre più distaccati dal mondo reale, i cittadini finiscono per distaccarsi dal mondo politico: alle nazionali del 2022 si ha avuto l’affluenza più bassa della storia del voto, stessa situazione alle regionali del 2025 (rispettivamente 64% e 43%). Il governato non si fida più di colui che dovrebbe difendere i suoi interessi ma è comunque consapevole che è grazie al suo voto che sale al potere, e decide di non votare per non sentirsi corresponsabile di quell’atteggiamento.

E’ dunque fondamentale che dalla triste vicenda di Atreju si acquisisca la consapevolezza che i politici
che governano lo Stato governano coloro che lo Stato lo formano, ovvero i cittadini; e che se
manca il rispetto nei loro confronti da parte dei primi, forse è necessario che questi vengano
criticati e che si dimettano, e che (pur avendone parlato tutti: il paradosso dei media moderni) non vengano lasciati passare in sordina casi come questi, che ci dicono molto riguardo all’opinione che i politici hanno del loro ruolo.

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