Nelle ultime settimane, i tassi di interesse giapponesi, per decisione della Banca del Giappone, governata da Kazuo Ueda, sono stati aumentati di 25 punti base, passando dal 0.5% al 0.75%, il livello più alto registrato dal 1995, e si prevede anche che questa politica votata al rialzo non si concluderà qui.
Sarebbe utile però chiedersi perché sia stata fatta questa scelta.
Fra i principali motivi che hanno portato al rialzo dei tassi v’è l’inflazione: per decenni infatti il Giappone ne ha avuto una molto bassa o addirittura al di sotto dello zero, ma negli ultimi anni, per diversi
fattori tra cui politiche economiche molto espansive, shock globali come l’aumento dei costi dell’energia e l’indebolimento dello yen, è tornata ad aumentare stabilizzandosi sopra l’obiettivo del 2% stabilito dalla
Banca del Giappone.
In sostanza, proprio per scongiurare un ulteriore aumento dell’inflazione stessa e permettere una crescita più sostenibile è stata presa la decisione di alzare i tassi . Scelta che avrà anche un impatto sulla svalutazione dello yen che c’è stata nell’ultimo periodo: tassi più alti possono rendere lo yen più attraente e possono anche limitare le fughe di capitali verso il dollaro e l’euro. Proprio questa tendenza porterà a una conseguenza a livello globale di rilievo.
Per spiegare tutto ciò serve comunque fare un passo indietro: il Giappone è uno dei maggiori creditori al
mondo, con una posizione patrimoniale netta sull’estero di circa 3.66 trilioni di dollari a settembre 2025.
Per anni, l’aver tenuto i tassi ai minimi ha portato a una fuoriuscita di capitali: gli investitori giapponesi hanno riversato trilioni di yen nei mercati esteri, investendoli specialmente nei bond USA e nel debito sovrano europeo; se l’incentivo a riversare denaro all’estero diminuisce, questo incremento, seppur basso dei tassi, può portare a una riduzione degli acquisti di bond esteri se non addirittura a un rientro dei capitali giapponesi, anche perché i rendimenti dei bond giapponesi stanno aumentando e quindi il
rischio di rientro di capitali aumenta.
Ciò è già visibile, ad esempio osservando il divario tra i treasury decennali USA e i titoli di stato giapponesi che si è ridotto al minimo da marzo 2022. Perciò il rischio non si limita ad Europa e Usa ma si estende a tutto il mondo: i rendimenti giapponesi rischiano di sconvolgere i flussi d’investimento globali. Tutto ciò dà quindi un segnale molto chiaro agli investitori: la BoJ non è più la banca più accomodante tra le economie avanzate.
Il problema che origina questo aumento dei tassi di interesse è quindi relativo al debito pubblico giapponese, che è al di sopra del 230%, e che, con l’ultima legge di bilancio dal costo di 122.300 miliardi di yen, è pronto ad aumentare ancora se il Giappone continuerà a perseguire una politica fiscale espansiva con l’obiettivo di stimolare la crescita e sostenere consumi e investimenti; ecco perché i passi che la BoJ vuole effettuare dovranno essere molto cauti e prudenti, perché un aumento dei tassi genera un aumento del costo del debito pubblico che potrebbe strangolare ancora di più un’economia già in difficoltà a causa della sua stagnazione.
Ad esempio, la produzione industriale giapponese, a novembre, ha avuto una contrazione del 2,6%, le esportazioni su base annua sono diminuite del 4.5% nei tre mesi fino a ottobre e solo a novembre sono tornate a salire. Inoltre, anche le relazioni fra Giappone e Cina, incrinatesi nell’ultimo periodo, potranno avere ripercussioni sull’export, poiché quello del Dragone rappresenta uno dei principali mercati in cui il Giappone esporta prodotti.
Tutte queste decisioni e l’uscita di tali notizie hanno così creato spavento e fatto aumentare le preoccupazioni degli investitori, soprattutto in relazione all’aumento dei tassi di interesse che, ricordiamo, sono visti in una spirale rialzista che si stabilizzerà probabilmente intorno all’1.5%. Questo aumento può, però, essere un’arma a doppio taglio che dovrà essere gestita con grande cautela e di cui vedremo in futuro gli effetti sia sul mercato interno giapponese sia globalmente, a causa dell’effetto che questo avrà sui bond e quindi sul mercato finanziario e, di conseguenza, sugli investitori e sulle loro preoccupazioni.