“Quest’anno è il nuovo 2016.”
Quante volte abbiamo sentito questa frase, all’insegna della nostalgia? Tante, soprattutto nell’ambiente del rap.
Per chi non lo sapesse, il 2016 è stato l’anno della consacrazione definitiva del rap italiano nel mainstream. In quell’anno sono usciti progetti fondamentali della Dark Polo Gang, di Sfera Ebbasta e di Izi, insieme a lavori di Salmo, Nitro e Gemitaiz. Senza dimenticare l’iconico “Santeria” di Marracash e Guè.
Progetti che hanno segnato un’epoca, lasciando un’impronta profonda nella scena. Eppure oggi diversi artisti sembrano voler tornare proprio lì.
Nonostante sia uscito nel 2015, “XDVR” di Sfera Ebbasta ha avuto un sequel nel 2023. La Dark Polo Gang ha riportato in vita “CRACK MUSICA” con un nuovo capitolo, mentre Salmo ha annunciato la riedizione di “Hellvisback”, intitolata “Hellvisback 10 Years Later”.
È evidente: la nostalgia è nell’aria. E spesso appare forzata, priva di reale incisività.
Sia chiaro: le operazioni nostalgia sono sempre esistite. Ma non sempre funzionano.
Perché riesumare vecchi progetti?
La domanda è semplice: perché riportare in vita progetti del passato, continuando a capitalizzare su quel nome?
Non esiste una risposta univoca, ma le motivazioni principali sono due.
Dare nuova linfa a un progetto, facendolo conoscere a chi non ha vissuto quell’epoca; mancanza di idee originali e scarsa propensione al rischio e all’evoluzione.
Spesso queste due dinamiche si intrecciano, generando hype e interesse nel pubblico, pur partendo da una logica commerciale sicura.
Al di là del ritorno economico, queste operazioni aggiungono qualcosa al valore artistico?
Se prendiamo ancora il 2016 come riferimento, molte riproposizioni, soprattutto i sequel di progetti chiave, risultano forzate. Mancano di autenticità e di quell’urgenza che aveva reso gli originali così impattanti.
La nostalgia, però, non riguarda solo i dischi, ma anche la dimensione live.
Il 12 e 13 settembre Marracash e Guè si esibiranno all’Ippodromo Snai San Siro con un live non convenzionale, pensato per celebrare “Santeria”, uscito il 24 giugno 2016.
Dal punto di vista strategico è un’operazione intelligente: quel progetto ha uno status quasi intoccabile e rafforza la fidelizzazione del pubblico.
Ma la domanda resta: ha davvero senso?
Sì, ma solo se viene presentata come un omaggio autentico. Quando l’operazione diventa un atto di celebrazione, rispondendo anche al desiderio dei fan, si trasforma in fan service credibile.

Tra nostalgia e legacy
Non si tratta di condannare queste operazioni, ma di osservare un trend sempre più diffuso.
Nella musica, e nel rap in particolare, omaggiare il passato è sempre stato naturale. La legacy conta. Tuttavia, esistono diversi modi per valorizzarla, che si tratti di un disco o di un suono specifico.
La differenza sta nel modo in cui lo si fa.
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Dove funziona: il modello americano
Negli Stati Uniti questo meccanismo è stato compreso da tempo, portando a modalità più efficaci di gestione della legacy.
Un esempio evidente è Griselda Records, label indipendente di Buffalo, New York. Fondata da Westside Gunn, Conway The Machine, Benny The Butcher e Daringer, ha riportato in auge un suono cupo e classico, basato su un uso massiccio di sample e su liriche crude, dirette e senza filtri.
Il loro approccio combina flow tradizionali e aggressivi con un’estetica contemporanea che mescola street culture e lusso.
In questo caso, recuperare sonorità del passato ha senso: vengono rese attuali senza perdere quell’aura timeless che le caratterizza, creando un movimento autentico, sia tra gli artisti che nel pubblico.
Due modi di guardare al passato
Esistono quindi due approcci distinti per omaggiare un determinato periodo musicale.
La differenza sta nel riuscire a trovare una forma genuina e credibile, liberandosi da quella patina di nostalgia che oggi rischia di diventare più importante della musica stessa.
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