Di fronte alle continue contraddizioni del governo Trump, all’incerto futuro della guerra in Iran e alle sue tremende conseguenze, una cosa è sicura: il popolo americano sta dicendo “No”.

Questo è diventato chiaro sabato 28 marzo, quando in tutti e 50 gli Stati Uniti si sono tenuti circa 3000 fra eventi e manifestazioni col nome di “No kings” (ossia “No re”). Più di otto milioni di americani, secondo le stime, hanno partecipato a questa ondata di proteste, nate la scorsa estate a seguito delle derive autoritarie del secondo mandato di Trump. Si tratta di contestazioni non violente, proprio in nome della pace.
In particolare, la prima protesta “No kings” si è svolta il 14 giugno 2025, quando Trump, oltre a festeggiare il suo compleanno, ha organizzato una parata militare a Washington per il 250º anniversario dell’esercito americano. La seconda si è invece svolta il 18 ottobre e ha visto la partecipazione di circa sette milioni di persone sparse per l’America.
“No kings” è uno slogan che richiama la rivoluzione americana del XVIII secolo, quando le 13 colonie originarie hanno lottato per la loro indipendenza contro il re d’Inghilterra. Dietro queste due parole risiede dunque la volontà del popolo di non soccombere al potere di dittatori.
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Manifestazioni “No Kings”: perché sono così importanti
Il fattore principale che distingue questa contestazione dalle precedenti è l’estensione.
Innanzitutto, sono aumentati i motivi per opporsi al Tycoon. Le persone sfilano per le strade con cartelli che condannano gli interventi dell’ICE e le politiche contro l’immigrazione. Tante altre portano tra le mani gonfiabili o immagini caricaturali di Trump, a testimonianza delle sue battute infelici, dell’atteggiamento poco serio e delle scelte improvvise.

Molti cittadini, poi, si ribellano a ciò che sta accadendo proprio in questi giorni, la guerra in Iran. Si tratta di una guerra che incontra la disapprovazione della maggior parte degli americani: ci si chiede quanto il conflitto durerà, quali siano le vere motivazioni dietro a questo attacco non preannunciato, quanto a lungo bisognerà subirne le conseguenze.
Infatti, dopo la chiusura dello stretto di Hormuz, il prezzo della benzina è aumentato fino a 4$ in alcuni Stati.
Le immagini di queste proteste hanno catturato alcuni momenti memorabili. A Saint Paul, Bruce Springsteen ha cantato “Streets of Minneapolis”, scritta pochi mesi prima in memoria dei due cittadini, Renée Good e Alex Pretti, uccisi durante gli interventi degli agenti anti-immigrazione. In Arizona i manifestanti hanno creato una catena umana componendo una cornice con all’interno la scritta “No kings in the USA” e una croce barrata. Ancora, a Nashville delle donne vestite da ancelle di “The handmaid’s tale” hanno sfilato con i nomi emersi dagli “Epstein files” (di cui si richiede la pubblicazione totale).
Se le ragioni sono aumentate, ne consegue che si è esteso anche il numero di persone e di Stati partecipanti. Dall’ Alaska fino in Florida, a Chicago, New York, Saint Paul, e non solo: le dimostrazioni si sono allargate oltre oceano, con circa 39 eventi internazionali per esempio a Roma, Torino, Londra, Madrid, Barcellona. “No kings” è diventato lo spirito delle idee che viaggiano, un inno a un governo che si ponga come obiettivi la pace, il rispetto degli esseri umani e la protezione del popolo prima di ogni altra cosa.
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Le reazioni del governo
Come ha reagito invece la Casa Bianca? Dai portavoce si è sentito dire che queste proteste attraggono solo l’attenzione dei giornalisti pagati per seguirle. Trump invece, impegnato a destreggiarsi tra la guerra in Iran e la progettazione della sua sala da ballo, non ha rilasciato specifiche dichiarazioni a riguardo.
Tuttavia, nel discorso tenuto alla nazione nella sera del 1° aprile, ha menzionato anche il malcontento del popolo americano riguardo la guerra, addossando tutte le colpe del rincaro del gas al regime iraniano.
Insomma, il movimento “No kings” è l’esito di mesi e mesi di ingiustizie accumulate: mesi in cui Trump ha continuato a postare immagini dell’AI che lo ritraevano come re; mesi in cui giornalisti sono stati zittiti (o addirittura insultati) dal presidente; mesi in cui di fatto attacchi militari non sono quasi mai mancati.
“No kings” chiede ascolto, chiarezza, trasparenza, rispetto, pace, libertà.
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