Spesso si guarda ai sostenitori dell’idea di Padania con disprezzo, quasi compassione. Si pensa ch’essi siano nient’altro che un esercito di bifolchi, limitati da un certo provincialismo derivato dal vivere in quell’Italia rurale costellata da paeselli di montagna. Persone semplici, o poco istruite insomma, incapaci di seguire un ragionamento politico complesso e dunque facilmente influenzabili dai più banali populismi.
E invece non è così. È proprio in quei tanto scherniti ambienti “rustici” che si sono conservati i migliori valori: spirito di sacrificio, resilienza, forza d’animo. Quell’“esercito di bifolchi” non può e non merita di essere indicato come tale.
La concezione di un’Italia federale ha una lunga storia, sostenuta da una numerosa schiera di intellettuali del calibro dell’ottocentesco Giuseppe Ferrari e di Altiero Spinelli; questa analisi, tuttavia, si concentrerà per sommi capi sulla sua declinazione in chiave settentrionalista e, inevitabilmente, sull’esperienza politica della Lega Nord: genesi, sviluppo e tramonto dell’idea di Padania e di come essa abbia rappresentato, per molti, una speranza di libertà dallo strapotere di Roma.
L’alba della Padania
Gianfranco Miglio, Profesùr dell’Italia federale
Per tracciare le radici della Padania è inevitabile narrare l’attività intellettuale e politica dell’ex senatore Gianfranco Miglio, considerato l’ideologo della Lega Nord e conosciuto nell’ambiente col nome lombardo di “Profesùr”.

Docente all’Università Cattolica di Milano, immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale fonda insieme ad alcuni colleghi “Il Cisalpino”, movimento federalista il cui programma, ispirato alle idee del politologo ottocentesco Carlo Cattaneo, prevede la divisione della penisola in tre aree organizzate come i cantoni svizzeri: Padania, Etruria e Mediterranea.
Compie numerosi studi sulla storia dei poteri pubblici europei: negli anni Cinquanta fonda l’Istituto per la Scienza dell’Amministrazione Pubblica e scrive “Le origini della scienza dell’amministrazione”, mentre “Le contraddizioni dello Stato unitario”, che contiene una forte critica all’estensione delle leggi piemontesi al resto della penisola, sarà pubblicato nel ‘69. Crea, inoltre, la Fondazione Italiana per la Storia Amministrativa (FISA), che chiuderà però negli anni Settanta per mancanza di fondi.
Dopo una militanza nella Democrazia Cristiana, che abbandona nel ‘59, nel 1990 il Profesùr si avvicina alla Lega Nord, con la quale verrà eletto due anni più tardi come senatore indipendente.
Qui, però, mi vedo costretto a lasciare in sospeso il professor Miglio e fare qualche passo indietro per giungere a Cassano Magnago, nel varesotto, paese natale di Umberto Bossi, “Senatùr” del Carroccio.
Il padre della Padania
Di umili natali, padre operaio e madre portinaia, Umberto Bossi milita negli anni Settanta in diversi ambienti di sinistra, tra cui il Partito Comunista Italiano, al quale risulta iscritto nel ‘75.

Conosce quattro anni più tardi Bruno Salvadori, leader del partito autonomista della Valle d’Aosta, e Roberto Maroni, in seguito esponente di spicco della Lega. L’incontro coi due si rivela fondamentale: dagli anni Ottanta, il Senatùr comincia una lunga attività politica per riunire i vari movimenti federalisti del nord Italia, creando l’Unione Nord Occidentale Lombarda per l’Autonomia (UNOLPA) e la rivista “Nord Ovest”, che però chiude lo stesso anno a causa della morte di Salvadori, unico finanziatore dell’iniziativa.
Nell’84 fonda la Lega Lombarda, con la quale diviene senatore tre anni più tardi, cosa che gli valse il soprannome citato poc’anzi. Il quattro dicembre dell’89 allarga il progetto politico creando la Lega Nord, di cui è eletto segretario durante il primo raduno di Pontida il 19 maggio seguente.
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Intanto, è il 1992, ed è rieletto, insieme a Miglio, con poco meno di 250 mila preferenze. Ma Tangentopoli non risparmia neppure il Carroccio: Bossi ammette nel ‘94 il finanziamento illecito per delle tangenti e l’anno seguente viene condannato a 8 mesi.
Profesùr e Senatùr: la rottura
I rapporti fra i due cominciano a deteriorarsi nel ‘93: durante il secondo congresso della Lega Nord viene presentato da Miglio il Decalogo di Assago, documento che prevede la suddivisione del Paese fra le tre macroregioni elaborate negli anni del Cisalpino. Viene preso in considerazione solo in parte, dato che Bossi preferì continuare verso un semplice rafforzamento delle autonomie regionali.

La goccia che fece traboccare il vaso viene però versata nell’anno successivo: Miglio si dimostra contrario all’alleanza con Berlusconi e non accetta la mancata nomina di ministro delle riforme istituzionali, che si aggiudica invece Francesco Speroni, già “Primo Ministro della Padania”.
Il Profesùr rompe definitivamente col partito nel maggio del’94 ma rimane comunque in contatto con vari esponenti leghisti; si riavvicina al Carroccio negli ultimi anni Novanta, quando questo si sposta verso posizioni indipendentiste, sostenendo il diritto di esistenza della Padania.
All’alba del nuovo millennio, Gianfranco Miglio viene colpito da un ictus, a causa del quale muore nel 2001. Se ne va così uno dei più illustri esponenti del federalismo italiano, un intellettuale di tutto rispetto.
Lo zenit del sole delle alpi
La Lega indipendentista e la dichiarazione d’indipendenza

La scelta di lasciare il Cavaliere e di dare l’assenso, con la sinistra, al governo Dini provoca una scissione nel partito, che viene in seguito ricomposto attraverso un progetto rivoluzionario, probabilmente sorto dalla convinzione di non poter più riformare lo Stato dall’interno: il Carroccio viene rinominato “Lega Nord per l’Indipendenza della Padania” e si annuncia il progetto della secessione. A tal fine, il 15 settembre 1996 Bossi organizza una manifestazione (che, a parer mio, voleva imitare la “Catena Baltica”) lungo il fiume Po che comincia dalla sua sorgente fino a Venezia, dove il Senatùr ammaina la bandiera italiana per issare quella della nuova Repubblica Federale Padana.
Sembra che il nuovo vento del nord sia inarrestabile, che tutto sia pronto: nel capoluogo veneto, cuore della Serenissima, viene proclamata la dichiarazione di indipendenza della Padania e promulgato uno “Statuto Federale”.
“In nome e con l’autorità che ci deriva dal diritto naturale di autodeterminazione e dalla nostra libera coscienza, chiamando per voce delle nostre libere Istituzioni l’insegnamento di amore per la libertà e di coraggio dei Padri Padani a testimone dell’onestà delle nostre intenzioni, noi, popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una repubblica federale indipendente e sovrana“.
- Umberto Bossi, 15 settembre 1996.
Viene creato un piuttosto goffo e rocambolesco Governo Padano, anche chiamato “Governo Sole”, con tanto di Parlamento situato a Mantova nel quale si presentano diverse liste tra cui, a mio parere la più epica, “Leoni Padani”, in rappresentanza del Veneto. Interessante è anche la lista “Comunisti Padani” che, guidata da Matteo Salvini, ottiene cinque seggi su 210.
Questa armata Brancaleone, perché non può essere definita altrimenti, ha come scopo principale quello di rappresentare le correnti della Lega Nord e di organizzare le varie manifestazioni. L’assemblea si riunisce nel giugno 1995 e due anni più tardi vengono indette le prime elezioni; in seguito verrà convocata più volte, ma ne parleremo successivamente.
Guai in vista
Intanto, a Roma si votano alcune riforme, come quella del Titolo V, per decentralizzare l’apparato amministrativo. Il Carroccio non si accontenta e continua la battaglia secessionista, isolandosi sempre di più dalle altre forze politiche.
Questa linea, però, si rivela un’arma a doppio taglio: dal ‘98 la Lega comincia a frantumarsi in movimenti regionali, come la Liga Veneta Repubblica e il Movimento Indipendentista Ligure; i risultati alle urne diventano molto modesti, nonostante i tentativi di Bossi di reinventarsi ogni volta.
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La Padania non ha più un centro di comando unito: i progetti per la secessione si fanno sempre più anacronistici e, bisogna ammetterlo, romanzeschi, mentre l’agitazione popolare per la nuova Repubblica crolla in poco tempo come un enorme castello di carte. Assai indebolita, la Lega abbandona lentamente l’idea di secessione e si reinserisce, all’alba del nuovo millennio, tra le file del centro-destra.
Il progetto di una Repubblica Federale Padana comincia così il suo inesorabile declino: il Sole delle Alpi supera lo zenit e si avvia verso un triste e malinconico ritiro oltre l’orizzonte.
Il crepuscolo di un sogno
La romanizzazione del Carroccio
Negli anni Duemila la Lega non prosegue più in autonomia, ma si affianca con le forze dello stesso centro-destra che aveva abbandonato nel ‘94. L’unica nota di riguardo in questi anni è il referendum costituzionale del 2006 sulla “devoluzione”: dare in mano alle regioni più prerogative su diversi apparati, come quello scolastico e dell’ordine pubblico. La votazione fu una sonora sconfitta per la Lega, che vede il Sì prevalere solamente nelle sue roccaforti, Lombardia e Veneto, e la riforma bocciata dal 60% degli italiani.
Nonostante alcuni rimandi all’epoca secessionista, come la manifestazione per il decennale della dichiarazione d’indipendenza e la temporanea riapertura del Parlamento mantovano, spostato ora a Vicenza, il partito diviene sempre più legato agli ambienti romani e ritorna alle posizioni di inizio anni Novanta: maggiore autonomia regionale, ma sempre all’interno dello Stato italiano.
La fine del Parlamento Padano
L’assemblea secessionista, dopo essere stata chiusa nel ‘99, viene riaperta nel 2003 e successivamente per altre due volte, nel 2007 e nel 2011, quest’ultima immediatamente dopo la fine del quarto governo Berlusconi.
Alle riunioni intervengono anche politici non facenti parte della Lega, come il Cavaliere stesso, ma ormai è chiaro a tutti che l’Aula sia diventata nulla più di una barzelletta. Infatti, dopo l’elezione di Matteo Salvini come segretario del Carroccio, il “Parlamento Sole” viene sciolto, e mai più convocato.
La fine della Lega Nord
È il 2012. Uno scandalo giudiziario coinvolge il Senatùr e il tesoriere del partito Francesco Belsito: è l’inchiesta dei famosi 49 milioni di euro in fondi pubblici che sarebbero stati utilizzati per scopi privati dalla famiglia Bossi, per cui nel 2017 vengono condannati Umberto, già dimessosi da segretario nel 2012, il figlio e lo stesso Belsito.
Dato il generale calo di consensi, viene indetto un congresso nazionale in cui Roberto Maroni, unico candidato e storico amico del Senatùr, viene nominato segretario della Lega Nord. Gli insuccessi sono comunque gravi, con un misero 4% alle elezioni dell’anno successivo allo scandalo, motivo per cui viene indetto un congresso federale straordinario dove vince l’elezione alla segreteria proprio l’ex comunista padano Matteo Salvini, battendo lo stesso Bossi con l’82% dei voti.

Il nuovo segretario compie una decisiva virata rispetto alle origini del partito, accantonando le battaglie storiche e allineandosi con soggetti politici lontanissimi dalla visione di un’Italia decentralizzata, come CasaPound e Fratelli d’Italia in occasione di una manifestazione nel 2015 contro il governo Renzi.
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All’interno del partito segue un’intensa riorganizzazione, per cui tutti quegli elementi non allineati alla nuova direzione, tra cui il veneto Flavio Tosi, vengono allontanati. Si comincia la creazione di una sorta di “culto della personalità” e alla fine del 2017 viene registrato un nuovo partito, “Lega per Salvini Premier”.
La Lega Nord, assieme alla Padania e a qualsiasi altra visione d’indipendenza, viene oscurata dal progetto del Capitano, e cade di fatto nel dimenticatoio.
Cosa rimane della Padania?
La Padania non è come la Catalogna o la Scozia: il suo “movimento indipendentista” non ha né profonde radici né ragioni storiche e nemmeno una vita duratura. Nasce quasi per caso da un profondo senso di ingiustizia, da un disagio che è sentito ancora oggi, ovvero la percezione che l’Italia, come recita il Canto degli Italiani, sia nient’altro che “schiava di Roma”, della sua burocrazia e inconcludenza.
Dopo quasi trent’anni dalla “dichiarazione d’indipendenza”, quella della Padania è ormai un’idea anacronistica, destinata a vivere nei ricordi di chi ha vissuto quella straordinaria stagione e nelle fantasie di coloro che non c’erano, ma che sentono comunque quotidianamente i motivi di un tale fervore.
Rimane un ricordo, un sogno impossibile e tradito più volte che suscita un sorriso amaro e malinconico quando nominato. Rimane il conflitto, durissimo da accettare, fra ciò che fu e quello che avrebbe potuto essere.
Rimane, soprattutto, il sentimento di coloro che ci hanno creduto, che si è preferito semplicemente nascondere e debellare come ignoranza, ma che meriterebbe di essere capito e finalmente affrontato con riguardo.
“L’Italia non è che un’espressione geografica”
- Klemens von Metternich, cancelliere dell’Impero austriaco (1821 – 1848)