Home PoliticaLa Spagna nella morsa delle proteste e delle elezioni anticipate

La Spagna nella morsa delle proteste e delle elezioni anticipate

di Simone Agosti
0 commenti

Pedro, Pedro Pè, praticamente il meglio di Santa Fè

Sánchez l’ha fatto di nuovo: per la seconda volta, in Spagna, ha fatto una scommessa. Già nel maggio del 2023, dopo la sonora sconfitta subita dal suo partito nelle elezioni locali e regionali, per evitare di logorarsi ulteriormente fino alla scadenza naturale della legislatura e per cogliere di sorpresa le opposizioni, Sánchez scelse di sciogliere le Camere e di mandare i cittadini spagnoli alle urne in piena estate. 

Una mossa azzardata, senza dubbio, ma la scommessa funzionò. In quel luglio 2023, il Partito Popolare di Alberto Núñez Feijóo, la principale opposizione di Centrodestra, arrivò primo ma senza i numeri per governare, senza trovare nei giorni successivi un’intesa con Vox, l’altro partito di estrema destra in prima linea nell’opposizione a Sánchez. A quel punto si aprì una complessa trattativa parlamentare condotta proprio dallo “sconfitto” Sánchez per ricostruire una maggioranza.

La formula vincente fu quella di un governo di coalizione di minoranza (!) tra Partito Socialista e Sumar (partito di sinistra radicale guidata da Yolanda Díaz), sostenuto da un mosaico inedito e fragile di partiti autonomisti e indipendentisti baschi e catalani. 

Per ottenere la fiducia del Parlamento, nel novembre del 2023, Sánchez dovette raggiungere accordi complessi (e da molti ritenuti umilianti) proprio con quei partiti, di ispirazione autonomista o addirittura indipendentista, che raccolgono montagne di consensi tra Paesi Baschi e Catalogna. Tra questi anche Junts per Catalunya, il partito del famigerato Carles Puigdemont, “esiliato” dalla Spagna dopo il referendum per l’indipendenza catalana del 2017. Di tutte le richieste una è stata soprattutto al centro del dibattito all’epoca dei fatti: un’amnistia per i leader e gli attivisti coinvolti proprio in quel referendum illegale del 2017. Sánchez accettò, tra le furiose rimostranze della destra nazionalista. 

Spagna
Puigdemont e Sánchez, figure chiave al centro della trattativa per giungere all'”amnistia catalana” (Europa Today)

La maggioranza Sánchez

Questa bislacca maggioranza, nata e tenuta insieme dal comune obiettivo di sbarrare la strada a una coalizione tra Popolari e Vox ma ostaggio delle richieste sempre più pressanti  su temi chiave come le autonomie regionali, ha retto circa tre anni, fino allo strappo definitivo consumatosi recentemente. 

Sono stati tre anni intensi, questo va detto. Sánchez, con le sue politiche progressiste, è riuscito a ergersi come faro della sinistra mondiale, dall’economia (crescita del PIL superiore alla media UE) alla politica estera (linea dura contro Israele e pressoché totale sostegno alla causa palestinese). 

Il giocattolino però si è rotto, e Sánchez è stato costretto a ritentare la scommessa e indire nuovamente elezioni anticipate; data da segnare sul calendario: 29 novembre. 

Come si è giunti a questa crisi di governo? Beh, la causa è da ricercare nelle proteste che stanno imperversando soprattutto nella capitale Madrid. 

Le proteste che stanno scuotendo la Spagna dai primi giorni di ottobre sono nate dalla spinosa questione del caro-affitti e dell’impossibilità per giovani e ceti medi di accedere a un’abitazione nelle grandi città.

Questi, però, sono problemi con i quali da tempo pressoché tutti i governi europei si stanno fronteggiando, e non è possibile spiegare come questa ondata di proteste abbia raggiunto questa portata nazionale senza parlare del caso della signora Maricarmen. Maricarmen, un’anziana di 87 anni in precarie condizioni di salute, fu sfrattata dal suo appartamento nel centro di Madrid dopo che il fondo che aveva acquistato l’immobile le aveva quintuplicato il canone d’affitto, impossibilitandola a pagare. 

La notizia divenne ben presto un vero e proprio caso mediatico, scatenando la rabbia della cittadinanza contro la speculazione immobiliare, che non si era fermata neppure di fronte a un’anziana signora. Convocate dai sindacati degli inquilini e da varie organizzazioni, decine di migliaia di persone sono scese in piazza in tutta la Spagna, da Madrid a Barcellona, da Valencia a Siviglia, con slogan contro i “fondi avvoltoio” e la richiesta di un intervento radicale dello Stato. 

Nel frattempo, mentre la piazza fremeva, Maricarmen e la sua famiglia annunciarono di aver trovato un accordo con il fondo immobiliare che avrebbe permesso all’anziana signora di tornare nel suo appartamento. La soluzione, però, arrivò troppo tardi. La signora Maricarmen Abascal morì il 7 ottobre, probabilmente distrutta dalla terribile situazione che aveva dovuto vivere sulla propria pelle. 

Maricarmen Abascal, la signora il cui sfratto ha dato origine all’ondata di proteste in tutta la Spagna contro il carovita e la speculazione immobiliare (El Liberal)

A distanza di giorni, il segno tangibile di quelle proteste sono le tende allestite dai manifestanti nella celebre Puerta del Sol, nel centro di Madrid. 

A questo punto, visto lo stato di agitazione che attraversava il paese, il governo Sánchez tentò di intervenire con un paio di decreti d’urgenza sulla casa. Risultato? Bocciatura di entrambi. Il voto contrario dell’opposizione di destra (Popolari e Vox) e di alcuni membri della maggioranza affondò ogni proposta presentata, che prevedeva maggiori tutele per gli inquilini vulnerabili e freni agli sfratti.

Questo clima di profonda tensione sociale e l’impossibilità di ricomporre una maggioranza spinsero il premier Pedro Sánchez a terminare l’esperienza dell’esecutivo e portarono alla convocazione delle elezioni anticipate per il 29 novembre 2026.

A Sánchez riuscirà, come accennavo sopra, la seconda scommessa? Pare improbabile: i sondaggi mostrano come una coalizione di centrodestra tra Popolari e Vox otterrebbe facilmente la maggioranza assoluta dei seggi nel Congreso de los Diputados. Certo, non è nemmeno opportuno dare per scontata un’alleanza tra le due anime del centrodestra spagnolo, che non sono nuove a scontri frontali e battibecchi ideologici. Va detto, però, come questo sia l’unico fronte in grado di ottenere una maggioranza assoluta e garantire governabilità al paese. 

Riuscirà l’intrepido Pedro a spuntarla un’altra volta? Chissà, decideranno gli elettori. In caso di sconfitta, mi dispiacerebbe per la sinistra nostrana. Nell’arco di un paio di mesi, rischiano di perdere due dei loro punti fissi internazionali, cioè Sánchez e Lula: “il tempo delle destre” è davvero finito, o è appena iniziato?

Ti è piaciuto questo articolo? Leggi anche…

AfD: crollerà il Brandmauer?

Hai dubbi?

Lascia una recensione.

Potrebbe piacerti anche

Lascia un commento