Home AttualitàIl caso L’Espresso e il problema di Israele

Il caso L’Espresso e il problema di Israele

di Simone Nervi
0 commenti

La testata “L’Espresso” è finita negli ultimi giorni al centro di un caso che riguarda la copertina del numero pubblicato il 10 aprile, che invece di descrivere riteniamo più opportuno allegarla senza tanti preamboli.

L'Espresso copertina 10 aprile 2026
Copertina de L’Espresso del 10 aprile 2026 (Foto: L’Espresso)

La reazione immediata, specialmente nell’era dell’intelligenza artificiale, è stata una sollevazione di proteste e accuse di antisemitismo. In effetti, il soldato israeliano è qui rappresentato come lo stereotipo dell’ebreo: kippah, il tipico copricapo, e peyot, i riccioli degli ebrei ordotossi.

Molti credono che si tratti di un’immagine creata a tavolino, ma la realtà è diversa: è una vera fotografia scattata in Cisgiordania da Pietro Masturzo a ottobre dello scorso anno. Il medesimo soldato israeliano è presente in numerose altre foto, in quanto ripreso da altri fotoreporter sempre nell’autunno del 2025.

L'Espresso soldato da Middle East Eye
Il soldato in questione raffigurato il 12 ottobre (Foto: AFP/Hazem Bader, link: MiddleEastEye)

Ti sta piacendo questo articolo? Leggi anche…

Nick Fuentes: il nuovo volto dell’estrema destra americana

A poche ore dalla pubblicazione del numero de L’Espresso, l’ambasciatore israeliano in Italia Jonathan Peled ha pubblicato su X, ex Twitter, un comunicato in cui condanna fermamente l’immagine, che a detta sua sarebbe stata manipolata. Continua affermando che essa distorce la realtà delle operazioni in Libano e che promuove pericolosamente l’odio e l’antisemitismo.

Colpisce, tra le altre cose, la sfrontatezza dell’ambasciatore. Come può un funzionario di un governo ammonire il giornalismo di un paese che non è il suo, basandosi per altro su informazioni false? Egli termina il comunicato con le seguenti parole: “Un giornalismo responsabile deve essere equilibrato e corretto“. Purtroppo per lui, lo è stato eccome. Anzi, purtroppo per Israele.

La copertina dell’Espresso è solo l’ultimo caso

Sembra che Israele sia determinato a cogliere ogni singola occasione per farsi odiare più di quanto non lo sia già; il comunicato dell’ambasciatore e la copertina sono solo i più recenti atti di una lunga lista di episodi che hanno visto Israele perdere colpi su colpi: si ricordano i festeggiamenti dei parlamentari israeliani alla Knesset per l’introduzione della pena di morte per impiccagione nei confronti dei palestinesi condannati per omicidi dolosi in azioni definite di terrorismo, avvenuta il 30 marzo. Numerose immagini di giubilo con tanto di brindisi hanno fatto in poche ore il giro del mondo, deteriorando l’immagine di Israele come se gli ultimi due anni e mezzo non abbiano già fatto abbastanza.

Questi ultimi giorni sono stati, in definitiva, davvero pietosi per il giornalismo, in quanto hanno confermato che non si riesce più a distinguere immagini vere da immagini false e che anche politici e funzionari non si fanno tanti scrupoli a giudicarle frettolosamente.

Ma soprattutto, sono stati giorni penosi per lo stesso stato di Israele: l’unica democrazia mediorientale sta venendo continuamente violentata dal suo stesso governo, la cui politica si è ormai identificata nell’immaginario comune non solo come quella di un determinato partito, ma come quella dell’intero Stato. Per molti, purtroppo, fra esso e Netanyahu non v’è più alcuna differenza.

E per coloro che, come il sottoscritto, ancora la colgono, per coloro che sanno il risentimento degli israeliani per il governo attuale, per coloro che riconoscono le politiche del premio Nobel per la pace Yitzhak Rabin come le vere radici dello Stato Ebraico, tentare di difenderlo sta diventando sempre più arduo.

“Io, che ho mandato eserciti nel fuoco e soldati incontro alla morte, dico oggi: ci avviamo verso una  guerra che non ha vittime, né feriti, né sangue né sofferenza. È l’unica guerra a cui è un piacere partecipare: la guerra per la pace

  • Yitzhak Rabin

Ti è piaciuto questo articolo? Leggi anche…

“No Kings”: gli americani contro Trump

Hai dubbi?

Lascia una recensione.

Potrebbe piacerti anche

Lascia un commento